Cosa ne è stato della “legione mediorientale” di Putin in Ucraina

Al momento non si hanno notizie nemmeno dai campi di battaglia della presenza di questi combattenti arabi

Luca Gambardella

“Non credo che vedremo molti siriani o libici in Donbas. Alcuni. E c’è da dubitare anche che eventualmente possano essere di qualche utilità per i russi”, spiega Julien Barnes-Dacey, direttore del desk mediorientale dell’European Council on Foreign Relations

Se vedete che in medio oriente “ci sono volontari, allora dovete andargli incontro e portarli nelle zone di combattimento”. Era stato questo l’ordine dato da Vladimir Putin al suo ministro della Difesa, Sergei Shoigu, durante il consiglio di sicurezza russo dello scorso 11 marzo trasmesso in televisione. Da allora, gli ucraini hanno rilanciato più volte la notizia di una “legione mediorientale”, composta soprattutto da siriani e libici e pronta a essere schierata  al fianco dei russi.   Il 15 marzo, il Kyiv Indipendent, citando l’Osservatorio siriano per i diritti umani, ha scritto “che 40 mila combattenti siriani si sono registrati in 14 diversi centri di reclutamento per combattere in Ucraina”. Negli stessi giorni, alcuni siti legati all’opposizione siriana avevano rilanciato la storia, finché, domenica scorsa, non è arrivata una nota ufficiale del ministero della Difesa di Kyiv. Citando fonti di intelligence, gli ucraini hanno denunciato la conclusione di un accordo segreto fra il generale libico Khalifa Haftar e il Cremlino per l’invio di un contingente dalla Cirenaica al Donbas. “Il trasporto dei mercenari – spiegava il bollettino – avviene probabilmente a spese della compagnia privata Wagner con gli aerei messi a disposizione dall’aeronautica militare russa”.

 

La curiosa convergenza delle ricostruzioni di russi e ucraini è stata smentita dalle dichiarazioni del Pentagono. Lunedì scorso, l’assistente del segretario della Difesa di Washington, John Kirby, ha dichiarato che “al momento non c’è stato alcun afflusso” di combattenti reclutati dai russi in medio oriente. Ciò non significa che Putin non ci stia pensando, ha aggiunto Kirby, e in effetti “abbiamo notato un certo interesse dei russi nel farlo”. Qualche giorno prima era stato ancora più netto il generale Kenneth “Frank” McKenzie, comandante del Centcom, le forze armate americane schierate in medio oriente: “Non abbiamo prove di un piano di reclutamento dei siriani da portare in Ucraina. Questo non significa che non possa avvenire in futuro”, aveva detto il generale in audizione al Senato americano. 

 

Al momento non si hanno notizie nemmeno dai campi di battaglia in Ucraina della presenza di questi combattenti arabi. “Non credo che vedremo molti siriani o libici in Donbas. Alcuni. E c’è da dubitare anche che eventualmente possano essere di qualche utilità per i russi”, spiega Julien Barnes-Dacey, direttore del desk mediorientale dell’European  Council on Foreign Relations.  Alcuni di questi combattenti in Siria sono spinti da ragioni economiche. Secondo “fonti militari” citate dall’Osservatorio siriano per i diritti umani, i russi offrirebbero ai volontari una paga mensile compresa fra i mille  e i duemila dollari, 30 volte superiore a quella media percepita da un soldato di Bashar al Assad, oltre a una serie di altre compensazioni per finanziare il viaggio (7 mila dollari) e risarcire la famiglia del volontario in caso di morte (altri 15 mila dollari). Non si hanno conferme di queste somme di denaro e va notato che  l’Osservatorio siriano è una fonte schierata con l’opposizione, con un certo interesse ad aumentare l’attenzione sulla connivenza del regime di Assad con i russi anche in Ucraina. 

 

E’ vero che il “debito” militare e politico contratto con Mosca durante la guerra contro l’opposizione e l’Isis potrebbe costringere il presidente siriano a cedere, costringendolo a inviare alcuni uomini in Ucraina. Secondo Gregory Waters,  analista del Middle East Institute, le milizie che con più probabilità potrebbero essere mandate sul fronte ucraino potrebbero essere quelle cristiane che ora controllano la zona a nord di Hama e che in questi anni hanno goduto di un sostegno privilegiato dai russi, proprio per la loro affinità religiosa. “Ma  schierare questi contingenti in Ucraina, dove non avrebbero alcuna possibilità contro il moderno esercito di Kyiv, indebolirebbe un paese alleato di Mosca come la Siria”, dice Waters.  Se il contributo di Damasco alla guerra di Putin sarà minimo e con un impatto quasi insignificante sul terreno, le conseguenze potrebbero essere invece molto più gravi proprio per il teatro siriano. “Assad non potrebbe beneficiare in alcun modo dell’invio di uomini in Ucraina. E’ probabile che al massimo dia il permesso ad alcuni di loro di partire su base volontaria, come peraltro ha già fatto per i siriani che sono andati a combattere in Libia”, spiega Waters. Ma a parte alcuni video girati sui social che mostrano unità dell’esercito siriano che sventolano le bandiere russe e che inneggiano all’alleanza fra Siria e Russia, la volontà di lasciare il paese per andare a combattere la guerra di Putin è sopravvalutata: “Molti siriani stanno assistendo in questi giorni a quello che succede davvero in Ucraina, dove i russi hanno forti perdite e scommettono sul fatto che il regime non darà loro il permesso di partire”. 

 

Inoltre, il regime di Damasco resta impegnato in altre priorità, come la guerra allo Stato islamico che non si è mai fermata e che anzi è destinata a intensificarsi, come ha spiegato la settimana scorsa sempre il generale McKenzie: “L’inverno sta per terminare e tradizionalmente questo porta all’inizio della stagione dei combattimenti” in Siria. Di questo è consapevole anche la Russia, che negli ultimi anni ha investito molto da un punto di vista economico, militare e politico in medio oriente e in Africa anche schierano i contractor. In questi giorni una delle voci più insistenti sui giornali ipotizzava un disimpegno del Gruppo Wagner dalla regione e di un suo impiego in Ucraina. Fra i paesi interessati c’era la Repubblica centrafricana, ma fonti locali sentite dal Foglio negano che i russi stiano diminuendo la loro presenza nel paese: “Gli uomini di Wagner sono ancora impegnati in azioni militari per consolidare la loro presenza nel paese, soprattutto  verso Bria e nella regione di Vakaga. Due giorni fa sono entrati a  Birao. Non ci sono segnali di smantellamenti delle loro basi”.        

 

In Libia la situazione è molto simile. Nonostante i comunicati del governo ucraino, non ci sono prove al momento dell’invio in guerra degli uomini di Haftar. In queste settimane, il generale della Cirenaica è impegnato a sostenere militarmente il governo parallelo guidato da Fathi Bashagha per entrare a Tripoli e imporsi su quello riconosciuto dalla comunità internazionale. “Certo, la Russia è stata l’unica a riconoscere l’esecutivo di Bashagha e Haftar ma inviare in cambio miliziani in Ucraina rischierebbe di indebolire militarmente lo schieramento che Mosca finora ha  sostenuto”, spiega Claudia Gazzini esperta di Libia dell’International Crisis Group. “I libici non sono come i siriani: non hanno bisogno del denaro dei russi e hanno meno incentivi a essere reclutati in una guerra distante da casa”.  In questi giorni si è registrato un via vai fra Mosca e Bengasi con voli privati riconducibili ad Haftar e ai suoi figli. Secondo Noman Benotman, ex combattente libico e un tempo consulente dello stesso Haftar, ci sarebbe stato un incontro segreto a Mosca che avrebbe portato all’accordo per l’invio di “90 combattenti libici in Ucraina”. Numeri che non trovano conferme e che, se anche fossero confermati, farebbero della “legione mediorientale” di Putin l’ultima delle preoccupazioni per gli ucraini.

  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it