La lezione che la Cina deve imparare dalla Russia

Wang Ting-yu, parlamentare e presidente della commissione Difesa di Taiwan, ci dice: “Punite Putin in modo esemplare”

Giulia Pompili

“Pechino minaccia Taiwan da decenni, ogni giorno", ma l'unica cosa che hanno in comune Ucraina e Taiwan è che "entrambe devono affrontare due dittatori"

L’Ucraina come Taiwan. La semplificazione è facile, ma i paragoni sono spesso azzardati. A spiegarcelo è Wang Ting-yu, parlamentare taiwanese del Partito democratico progressista e copresidente della commissione parlamentare per gli Affari esteri e la Difesa di Taipei: “La Cina minaccia Taiwan da decenni, ogni giorno. Ogni singolo giorno. Ho proprio qui davanti a me un report sui jet cinesi che negli ultimi giorni hanno oltrepassato la linea mediana dello Stretto di Taiwan”. L’altro ieri quasi tutti i giornali internazionali riportavano la notizia dell’incursione di nove caccia militari cinesi nella sua zona di identificazione aerea: niente di nuovo, succede con una frequenza quotidiana soprattutto da quando Taiwan si è messa a controllare con più attenzione i suoi cieli, in un’area più vasta (i jet cinesi hanno volato in un’area vicina alle isole Pratas, 400 chilometri a sud della costa taiwanese). E’ routine, ma il timing non è dei migliori: gli analisti della Difesa si aspettano che la Cina aumenti le sue provocazioni e la sua pressione su Taiwan – l’isola indipendente che Pechino rivendica come proprio territorio – mentre il resto del mondo è occupato in Europa, con la Russia.

  

Ma è da ingenui pensare che l’Ucraina sia come Taiwan, ci fa intendere Wang Ting-yu: “Prima di tutto, Taiwan è in una posizione geopolitica diversa all’interno del mondo democratico: una eventuale invasione cinese metterebbe in pericolo il Giappone, la Corea, e altri paesi dell’area”. Wang cita il Taiwan Relations Act del 1979, il trattato un po’ ambiguo che però autorizza l’intervento americano in supporto di Taiwan in caso di invasione, e “anche Giappone e America, tra di loro, hanno un trattato di mutua difesa”. Poi c’è un altro problema che è di tipo strategico: “Secondo alcuni funzionari europei, se Taiwan smettesse di produrre microchip la produzione industriale in Europa si fermerebbe in due settimane. La sua posizione all’interno della supply chain è fondamentale”.

 

Un'esercitazione di battaglia urbana della fanteria taiwanese (Ap)

   

Non ultimo, con l’Ucraina c’è una differenza geografica e di preparazione alla guerra: “A dividerci dalla Cina c’è lo Stretto. Se decidessero di invadere, avremmo più tempo. Ci bastano due ore per mobilitare le truppe, metterci in posizione difensiva, colpire e distruggere”. Ecco, questa è l’altra grande differenza con l’Ucraina: il fatto che se ci fosse la guerra nell’isola del Pacifico, non sarebbe con le truppe sul terreno, ma per aria e per acqua, e Taiwan ha almeno 400 jet da combattimento più 117 navi da guerra, tra cui 31 unità missilistiche, 13 mine navali, 10 navi anfibie. In caso di attacco, oltre ai soldati, Taipei può contare su 2,5 milioni di riservisti più 1 milione di volontari della protezione civile: “Seguendo da vicino la situazione in Ucraina stiamo imparando anche noi, per esempio dobbiamo riformare il sistema di chiamata dei riservisti per renderli operativi il più velocemente possibile”.  Insomma, l’unica similitudine tra Ucraina e Taiwan, dice Wang, è che “tutti e due i paesi sono costretti ad affrontare due dittatori”. 

 
Ieri c’è stata la prima telefonata tra il presidente cinese Xi Jinping e il suo omologo russo Vladimir Putin sin dall’inizio dell’invasione russa in Ucraina. Fino a ieri la Cina, principale partner commerciale della Russia ma soprattutto partner ideologico contro l’occidente, aveva usato l’ambiguità strategica e lessicale – evitando la parola “invasione” – per “giustificare” l’azione di Putin e condannare le “pressioni” occidentali. Secondo il New York Times, per tre mesi i funzionari dell’Amministrazione Biden hanno avuto colloqui con la Cina per chiedere di esercitare la sua influenza sulla Russia e fermare l’invasione. Anche il capo della diplomazia Ue, Josep Borrell, ha detto di averlo chiesto al suo omologo cinese Wang Yi.

  

Un F-16 di Taiwan vola accanto a un bombardiere della Repubblica popolare cinese che approccia l'area di identificazione aerea di Taiwan (ministero della Difesa di Taiwan)

 

Non è successo niente, ma ieri un piccolissimo messaggio Pechino l’ha mandato. Xi Jinping ha chiesto a Putin di negoziare con l’Ucraina, e la richiesta è uscita nel resoconto della telefonata pubblicato dalla stampa di stato cinese, quindi è una posizione ufficiale. Xi ha come sempre chiesto di “abbandonare la mentalità da Guerra fredda”, ma ha detto anche che “la Cina sostiene la parte russa nella risoluzione del problema attraverso i negoziati con la parte ucraina”, e che Pechino è disposta a lavorare con la comunità internazionale “per abbracciare il concetto di sicurezza comune, globale”. Qualcuno comincia a sospettare che Pechino non approvi una prolungata guerra “tradizionale”, le sanzioni internazionali, una Russia troppo aggressiva militarmente e, forse, che non segue i consigli di Pechino. Per Wang, però, non è necessario sganciare una bomba per parlare di “invasione”: “La Russia, la Cina ma anche la Corea del nord, con la rivoluzione di internet hanno scoperto nuovi metodi. Il mondo moderno ha delle armi diverse rispetto ai missili, come la disinformazione e i cyberattacchi. Però non guardiamo come il segnale di una guerra, né di un’invasione, e forse dovremmo aprire un dibattito su questo”. Se prima potevamo affidarci a un ordine mondiale e a delle istituzioni per negoziare la risoluzione dei conflitti, “la Russia che invade l’Ucraina è la fine di tutti i limiti dati da quelle regole”.

  
E Xi Jinping “sta di sicuro osservando l’azione militare russa con molta attenzione”, dice Wang. “Ma ho consigliato ai rappresentanti delle istituzioni occidentali, qui a Taipei, che è necessario dare alla Russia un segnale chiaro: fargli pagare un prezzo che non possono permettersi. Servono sanzioni incredibilmente severe. Devono pagare per il loro errore. Questo sarebbe un messaggio per tutti i dittatori. Lasciamo che la Cina impari dal costo pagato dalla Russia. Solo così possiamo evitare la catastrofe”. 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio da più di un decennio, scrive soprattutto di Asia orientale, di Giappone e Coree, di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo, ma anche di sicurezza, Difesa e politica internazionale. È autrice della newsletter settimanale Katane, la prima in italiano sull’area dell’Indo-Pacifico, e ha scritto tre libri: "Sotto lo stesso cielo. Giappone, Taiwan e Corea, i rivali di Pechino che stanno facendo grande l'Asia", “Al cuore dell’Italia. Come Russia e Cina stanno cercando di conquistare il paese” con Valerio Valentini (entrambi per Mondadori), e “Belli da morire. Il lato oscuro del K-pop” (Rizzoli Lizard). È terzo dan di kendo.