Quattro ore con Vladimir Putin ad ascoltare il suono della caduta dell'Urss

Micol Flammini

Durante la conferenza stampa di fine anno, il presidente russo annuncia un incontro con Biden a Ginevra, cita Solzhenitsyn, ringrazia Babbo Natale, ma non dice se attaccherà l'Ucraina, che definisce un'invenzione di Lenin

Se la Russia invaderà o no l’Ucraina non lo sa ancora neppure Vladimir Putin. La domanda durante la lunga conferenza stampa di fine anno, che si è tenuta ieri, gli è stata posta più volte. Ma Putin ha sempre dato risposte elusive, ora parlando dei missili americani, ora dell’identità del popolo ucraino, ora del senso di insicurezza della nazione russa, ma ha abbassato i toni rispetto ai giorni precedenti, in cui aveva detto che la possibilità di un intervento “tecnico-militare” per rispondere alle “provocazioni”  della Nato non era remota. Domani i toni potrebbero tornare gli stessi, ma ieri si è preso il palco per quasi quattro ore e, tra una domanda sugli eventi sportivi a Ufa, una sulla gestione della spazzatura e l’altra sui treni in ritardo,  sapeva bene che tutti aspettavano soltanto le sue parole sull’Ucraina e sulla guerra. 

 

Il presidente russo ha detto che ci sono dei buoni segnali da parte dei partner occidentali: pochi giorni fa il comportamento degli stessi gli sembrava inaccettabile, ieri l’importante era confermare che si sarebbe incontrato a Ginevra con il presidente americano Joe Biden per parlare delle proposte fatte da Mosca la scorsa settimana sui limiti che l’Alleanza atlantica dovrebbe rispettare. In questo contesto, Putin vede l’Italia come una possibile mediatrice con la Nato. Le proposte sono inammissibili e anacronistiche, non soltanto chiedono che Kiev non entri mai a far parte della Nato, ma che la Nato non rifornisca più l’Ucraina di armi. Sono proposte fatte per farsi dire di no e forse l’astuzia – o la stanchezza – dell’Amministrazione americana sta tutta nell’aver detto di essere pronta a discuterne. Putin ha chiesto “garanzie” e le ha chieste “immediatamente”. Ma poi si è spinto oltre, dicendo che tutto  il mondo post Guerra fredda va ridiscusso: i vecchi trattati non bastano più. Ha alternato vittimismo e aggressività, ha sottolineato il senso di turbamento della Russia sempre isolata e costretta a mostrare i muscoli, e  ha lasciato più volte spazio al grande protagonista di questa conferenza stampa, l’Unione sovietica e la sua eredità. 

 

Comunque vadano le cose, Putin sa sempre come spiegare che la colpa non è mai la sua, non è mai di Mosca, ma è sempre degli altri: vittimismo e aggressività. La Russia deve reagire, perché cosa farebbero gli Stati Uniti se il Cremlino andasse a mettere i suoi missili in Messico come Washington fa in Ucraina? Cosa avrebbe potuto fare nel 2014 quando gli altri – Stati Uniti ed europei  – non hanno rispettato i patti e hanno organizzato un colpo di stato a Kiev: aveva forse altre alternative che andare in soccorso dei cittadini della Crimea? Ora, dovrebbe forse starsene con le mani in mano, mentre l’esercito ucraino armato dalla Nato organizza un’offensiva contro il Donbass, toglie i diritti ai cittadini russofoni e mette la loro sicurezza a rischio? A tutte queste domande la risposta è sempre la stessa: sono gli altri che provocano, io, noi, il Cremlino, non abbiamo alternative.

 

Ieri ha detto chiaramente che il Donbass dovrebbe decidere da solo il proprio destino e ha più volte ricordato che l’Ucraina è un’invenzione. E’ una nazione creata a tavolino, per un capriccio di Lenin: “Ricordiamo come è stata creata l’Ucraina, da Lenin dopo la formazione dell’Unione sovietica”. e finché è stata in piedi, tutto andava bene. I problemi sono arrivati  con la caduta dell’Urss e con l’espansionismo della Nato che aveva promesso “che non si sarebbe mossa di un centimetro verso est” e invece non fa che avanzare: vittimismo e aggressività. Putin ha rispolverato  la retorica dell’incomunicabilità tra i due mondi, da una parte la Russia, dall’altra gli Stati Uniti. “Viviamo in due mondi diversi”, ha continuato,  dicendo che Washington è venuta meno alle sue promesse: “Nel 1991 ci siamo divisi in dodici parti, ma per loro non è stato abbastanza. La Russia è troppo grande, solo questo può spiegare la pressione costante su di noi”. Anche rispondendo a una domanda su Alexei Navalny ha risposto parlando di Unione sovietica: il collasso della Russia arriva sempre da dentro, da qualcuno che lavora negli interessi di altri; è successo durante la Prima guerra mondiale ed è successo con l’Urss. Navalny è quel qualcuno. 

 

Questa Russia che doveva venire su ancor più fiera dalle ceneri dell’Unione sovietica ha un Cremlino in piena involuzione. Soprattutto in questi giorni in cui si ricordano i trent’anni dalla caduta di quel mondo e Putin ci tiene a denunciare l’ingiustizia subita. E’ tutto un guardarsi indietro, un dialogare con il passato, che più si va avanti con gli anni, più appare deformato. Putin ieri ha citato Aleksandr Solzhenitsyn, lo scrittore russo antisovietico. Poi ha ringraziato Babbo Natale per averlo reso presidente  così a lungo. E’ lo strano pantheon del capo del Cremlino, che si riempie e si svuota di continuo. 
Invaderà L’Ucraina? La risposta è rimandata a Ginevra. Oggi ha cose più importanti a cui pensare: l’Unione sovietica è caduta, ed  è stata colpa degli altri. 

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  • Micol Flammini
  • Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Sul Foglio cura con Paola Peduzzi l’inserto EuPorn in cui racconta il lato sexy dell’Europa, ed è anche un podcast.