L'11 settembre ci ha insegnato che di fronte a problemi globali le soluzioni non globali sono pericolose
Le immagini del terrore di allora e la consapevolezza di oggi. I vent’anni dell’11/9 visti con gli occhi di chi vent’anni fa non aveva neanche vent’anni

Foto EPA/BETH A. KEISER / POOL via Ansa<br />
A vent’anni dall’11 settembre che ha cambiato le nostre vite – e che all’improvviso ha cambiato il nostro rapporto con la parola America, con la parola islam, con la parola paura, con la parola guerra, con la parola democrazia oltre che ovviamente con la parola aerei – è difficile trovare un unico filo conduttore capace di dare ordine ai mille spunti di riflessione che quest’anniversario suscita in ciascuno di noi. Ma se si volesse tentare una strada poco convenzionale per provare a mettere insieme alcune delle bellissime testimonianze che trovate nello speciale di oggi sul Foglio, si potrebbe dire che la vera parola che ci può aiutare a leggere in modo non superficiale ciò che quell’11 settembre ha significato per ciascuno di noi coincide più che con la parola “terrore” con la parola “globale”.
L’11 settembre del 2001 non ha contribuito solo a portare la paura nelle nostre case, nei nostri viaggi e nella nostra quotidianità. Ma ha contribuito in modo tanto traumatico quanto dirompente a far crescere nelle nostre coscienze, e soprattutto nelle coscienze delle generazioni più giovani, una consapevolezza sempre più difficile da estirpare. E la consapevolezza è questa: di fronte a problemi globali le soluzioni non globali oltre che essere sbagliate sono anche pericolose.
L’11 settembre del 2001 abbiamo visto con i nostri occhi come il battito d’ali di una farfalla possa provocare un uragano dall’altra parte del mondo e negli anni successivi abbiamo a poco a poco capito quanto le crisi su grande scala non possano essere affrontate con ricette costruite su una scala più piccola. Vale per il terrorismo, ovviamente. Ma se ci si pensa un istante vale anche in altri campi non meno cruciali e non meno strategici. Sono globali i problemi dell’islamismo, perché la spinta che porta un kamikaze a farsi saltare in aria non dipende dal rapporto di quel kamikaze con una nazione, con una città, con una torre, con una discoteca, ma dipende dal suo rapporto con l’occidente, con la democrazia, con la globalizzazione oltre che ovviamente con la sua religione. Ma sono globali anche problemi come il global warming, come la lotta contro le crisi del debito e come la lotta contro la pandemia, problemi risolvibili unendo le forze e che diventano però inevitabilmente non risolvibili se di fronte alla parola globale si sceglie la scorciatoia nazionale.
Può piacere o no, ma in un mondo straordinariamente globalizzato, dove le elezioni in paesi un tempo sconosciuti sono diventate centrali per le nostre vite come se fossero le elezioni di un municipio accanto al nostro, le distanze tra i nostri problemi e quelli degli altri paesi, anche grazie a Internet, si sono improvvisamente ristrette, ridotte, assottigliate, e che si parli di clima, di economia, di terrore, di pandemia è un fatto che le politiche, le tattiche, le alleanze e le strategie più durature e anche più efficaci siano quelle finalizzate a combattere tutti i tic dei nanismi e degli egoismi nazionali.
Non è per tutti così, ovvio, ma almeno per la generazione di chi l’11 settembre di vent’anni fa non aveva neppure vent’anni, come chi scrive, le immagini del terrore sono lì a ricordarci ogni giorno che tutto è incredibilmente connesso, che tutto è misteriosamente collegato e che tutto quello che succede a Kabul, a Raqqa, a Wuhan, ad Atene, a Berlino, a Londra, in Catalogna ci riguarda da vicino. E negare che sia così, negare che di fronte a un problema globale sia necessario unire le forze piuttosto che disperderle, negare che per avere più libertà nella propria quotidianità sia necessario quando è necessario esportare libertà, significa solo voler aggirare un problema, con il rischio di aggravarlo. La consapevolezza c’è, esiste, è diffusa, e se vogliamo la grande sfida dei prossimi vent’anni, per tutti noi, per tutti coloro che ogni giorno tentano di nuotare nel mondo dell’informazione, sarà proprio questa: trasformare questa consapevolezza non in un ulteriore campo di battaglia ma in un nuovo scudo per proteggere fino in fondo le nostre libertà. Globalizzazione, sì. Scorciatoie no, grazie.
Di più su questi argomenti:
Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della destra” e “Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter.
E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.
