Come hanno fatto i sei terroristi palestinesi a evadere dal carcere in Israele

Micol Flammini

La fuga è gravissima per la sicurezza israeliana, sempre attenta a mostrarsi ineccepibile. La prima preoccupazione è che i detenuti stiano progettando un attentato. Ecco tutti gli errori del sistema penitenziario che hanno reso possibile l'evasione

Israele sta ancora cercando i sei uomini che lunedì mattina sono evasi dal carcere di Gilboa, che ha fama di essere uno dei più sicuri del paese. Si tratta di sei palestinesi, uno dei quali, Zakaria Zubeidi, è considerato un eroe della Seconda Intifada, gli altri sono tutti affiliati al jihad islamico, uno incriminato per omicidio, e la loro impresa ha suscitato un’ondata di festeggiamenti tra i palestinesi, che hanno esultato, sono andati in giro per le strade a distribuire caramelle e a celebrare  lo smacco alla sicurezza israeliana. Mentre Gerusalemme interroga i parenti degli evasi e allarga il raggio della ricerca, i media israeliani si sono dati un gran da fare per capire come sia stata possibile una fuga del genere, così semplice per un carcere tanto sicuro. Hanno individuato una lunga serie di problemi e di inadempienze che hanno permesso l’evasione. 

Il progetto architettonico della prigione era su internet, disponibile sul sito dello studio che lo aveva progettato. I sei sono fuggiti attraverso un foro scavato nel terreno che partiva dal bagno attiguo alla cella di Zubeidi e arrivava fuori dai cancelli. Secondo Walla News i lavori di scavo sono durati un anno e il foro è stato per tutto il tempo coperto da un’asse, di cui a quante pare nessuno si era accorto. Poche ore prima della fuga gli uomini avevano ottenuto il permesso di ritrovarsi tutti nella cella di Zubeidi, da cui poi sono fuggiti, passando davanti a una torre di controllo, dove all’interno una recluta addormentata non si è accorta di nulla. Una volta fuori dai cancelli del penitenziario i detenuti hanno avuto il tempo di cambiarsi e poi si sono separati, probabilmente c’era una macchina ad attenderli. 

I detenuti hanno scavato sotto gli occhi della polizia – 14 agenti sono anche sospettati di aver collaborato – e questo racconto oltre a far male a Israele, sempre cauta nel preservare la propria sicurezza e fiera  di mostrare l’infallibilità dei suoi apparati, ha anche rinvigorito i palestinesi, che sono stati molto contenti di poter vedere il lato debole degli israeliani. La fuga inoltre, secondo i media israeliani, avrebbe richiesto  l’uso di cellulari che sono vietati e vengono spesso introdotti clandestinamente nelle prigioni. La sicurezza probabilmente sapeva, ma non ha fatto granché per requisirli per paura di proteste dentro al penitenziario. Uno dei fatti più gravi è che c’era già stato un precedente, nel 2014, quando alcuni detenuti hanno cercato di fuggire scavando un tunnel che passasse sotto al carcere. Tra questi detenuti c’erano anche alcuni dei sei uomini che lunedì invece ce l’hanno fatta e che in questi anni non sono stati sorvegliati, né loro né la possibilità che altri detenuti potessero scavare tunnel nel terreno. 

Il sistema penitenziario israeliano è emerso come un punto debole della sicurezza, di quei punti deboli che Israele, ancora meno di altri stati può permettersi. Ora la prima preoccupazione è che gli evasi cercheranno di organizzare degli attentati e più tempo passerà più sarà complesso ritrovarli. Per Israele è una macchia e una ferita, per i palestinesi un motivo di gioia che potrebbe tenere alto il morale dei gruppi terroristici. 

La fuga ha anche delle conseguenze politiche. Il primo ministro Naftali Bennett sa di doversi confrontare sempre con il suo predecessore Benjamin Netanyahu, che ha spesso posto l’accento sulla sicurezza che è riuscito a garantire nei suoi dodici anni di governo. Netanyahu ora è all’opposizione di un esecutivo nato con l’obiettivo di allontanarlo dalla premiership e Bennett  si trova nel bel mezzo di due difficoltà: il contenimento della quarta ondata della pandemia e le minacce costanti che arrivano da ogni confine dello stato ebraico. Mostrare debolezza, fare errori: è proprio quello che lo stato ebraico evita da sempre. Le inadempienze del carcere di Gilboa si riflettono anche sul governo, che è formato da istinti diversi, anime contrapposte, e che rischia di venire giù da un momento all’altro.

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