l'intervista

Durante il loro primo incontro Biden e Bennett si fanno promesse

Micol Flammini

Il presidente americano e il premier israeliano si sono visto oggi per la prima volta e hanno cercato di ricucire gli strappi, soprattutto sull'Iran. In questo momento gli Stati Uniti hanno bisogno di rimettere a posto il rapporto con Gerusalemme e tutti gli alleati. Parla Gil Troy

Roma. E’ finita un po’ sottosopra la visita di Naftali Bennett a Washington, tanto attesa, tanto necessaria, arrivata in un momento difficilissimo, infine rimandata a oggi. Joe Biden rinchiuso nella Situation Room dopo la notizia degli attentati suicidi all’aeroporto di Kabul, aveva fuori dalla porta uno dei suoi alleati più importanti, arrivato alla Casa Bianca proprio per fargli capire che l’amicizia tra Israele e Stati Uniti in questo momento è più necessaria. “I rapporti tra Gerusalemme e Washington – ha detto al Foglio Gil Troy, editorialista del Jerusalem Post e professore presso la McGill University di Montreale  – sono sempre stati altalenanti. E’ un rapporto che va a momenti, ma l’amicizia di fondo rimane”. Era rimasta anche con tra Barack Obama e Benjamin Netanyahu, nonostante tutte  le divergenze e “i problemi di chimica che nascevano tra due uomini che volevano sempre il centro della scena. Non era un problema ideologico, ma appunto di chimica”. Dopo la freddezza tra Netanyahu e Biden appena insediato, con l’arrivo di Bennett come primo ministro a capo di una coalizione nata per escludere proprio Netanyahu, si pensava che i rapporti potessero migliorare e questa visita era la grande occasione. Ma in realtà Bennett, ideologicamente, è molto vicino all’ex premier israeliano e Biden a Obama, quindi le divergenze dovrebbero rimanere. Ma Troy ribadisce: “Sono anche i toni che contano e da questo punto di vista Bennett è partito bene”. 

Biden ha bisogno di farsi vedere presente con i suoi alleati, di stringere loro la mano e rassicurarli, e in questo non può fare a meno di Israele, che Troy definisce il non Afghanistan: “La corruzione endemica dell’Afghanistan ha generato un esercito vuoto senza motivazione per combattere i  talebani. Al contrario, la democrazia israeliana ha creato un esercito forte, orgoglioso e indipendente che difende coraggiosamente gli israeliani e la democrazia in tutto il mondo. Gli israeliani apprezzano la nostra amicizia americana che è reciprocamente vantaggiosa, ma sentono che spesso manca il sostegno dell’America”. E l’Afghanistan in questo ha amplificato la paura. “Se gli Stati Uniti vengono umiliati allora lo è anche l’occidente, se l’occidente è umiliato il timore è che presto potrebbe esserlo anche Israele. A Gerusalemme dispiace se Washington prende una batosta, ma soprattutto ora si chiede cosa stia accadendo, quanto l’America sia affidabile”. A fare da soli, a non contare sugli americani, gli israeliani stanno facendo l’abitudine da tempo, la domanda è se sia davvero possibile.

Nonostante il disastro afghano, per Troy è ancora presto per giudicare Biden, finora, dice l’editorialista, si è sempre preso le sue responsabilità e questo è positivo. “Tutto può essere risolto da una buona leadership”. Gli Stati Uniti si sono allontanati anche dalle battaglie dell’occidente, si sono dimenticati di traumi passati, di minacce, come quella dell’islam radicale. Il problema è stato sollevato anche dall’ex premier britannico Tony Blair in un articolo pubblicato sul sito del suo Institute for global change e anche Gil Troy è d’accordo: “L’occidente deve realizzare che ha bisogno di una società forte, che c’è uno scontro di civiltà  e se l’occidente non è forte nell’affrontarlo, se perde l’obiettivo, il rischio è grande”. Israele l’obiettivo non l’ha perso. Né con Netanyahu, né con Bennett.