L'intervista

"All'Italia dico che accogliere i rifugiati afghani è un dovere". Parla Edi Rama

Luca Gambardella

Il premier albanese spiega al Foglio la sua decisione di aprire le porte a 3 mila profughi: "E' la nostra storia a imporcelo. Noi abbiamo visto la guerra e ne abbiamo ancora memoria"

Il suo è un manifesto contro quegli europei che definisce “ipocriti” e “senza memoria”. “Se l’Europa è divisa persino sull’Afghanistan è perché non ricorda più ciò che è stato”, ci dice Edi Rama, il premier ribelle del piccolo stato d’Albania. Il capo del governo socialista spende parole posate e precise, quelle di chi crede di avere fatto la cosa più naturale al mondo, restando dal lato giusto della storia. Noi italiani lo avevamo lasciato un anno fa, con quel discorso con cui offriva al nostro paese stremato dalla pandemia l’aiuto dei medici albanesi. Oggi Rama è di nuovo lì, capace di parlare con tutti, lettiani e salviniani (per usare una metafora molto italiana, ci confida che “sono amico di entrambi i Mattei”) e che annuncia come il suo piccolo staterello, poco più grande della Lombardia, sia pronto a ospitare alcune migliaia di profughi afghani. “Parliamo di 2-3 mila persone”, ci spiega. Da noi invece il leader del principale partito che sostiene il governo parla di “qualche decina”. L’Europa, e l’Italia in particolare, devono imparare una lezione da Tirana? “Non voglio dare lezioni a nessuno, figurarsi all’Italia, a cui sono molto legato. Dico però che accogliere è un nostro dovere. Perché io ricordo quello che è stato per noi albanesi”. E da qui forse viene la naturalezza delle parole del premier: “Io ricordo la guerra, ricordo Milosevic, i profughi, la morte, le torture. Un tempo noi albanesi eravamo per voi quello che oggi forse sono gli afghani, degli alieni”. La memoria comporta un’assunzione di responsabilità.

 

“Ne parlai al summit della Nato lo scorso giugno: dissi delle conseguenze, dissi pure che il mio paese aveva già conosciuto una situazione simile con i comunisti. Così abbiamo offerto il nostro aiuto, perché è la nostra storia a imporcelo. Anche durante la Seconda Guerra Mondiale l’Albania ha offerto rifugio a migliaia di ebrei”. Il premier Rama entra poi nel dettaglio e spiega come intende accogliere i profughi: “Ci avvarremo dei voli da Kabul di diverse organizzazioni internazionali e degli Stati Uniti”. E poi? “Poi andranno nelle strutture che abbiano già preparato. Non si parla di campi profughi, ma degli alberghi che saranno disponibili lungo la costa”. Quasi uno schiaffo a chi, dall’altra parte dell’Adriatico, sbraita contro i 35 euro al giorno e gli hotel pagati ai migranti. “Ma guardi, non c’è nessuna provocazione – precisa Rama – semplicemente noi pensiamo che i campi profughi siano deumanizzanti”. Ma il resto d’Europa nutre perplessità sui risvolti per la sicurezza. Si dice che una volta in Albania – e pure in Kosovo, che si è offerto insieme a Tirana a ospitare alcuni profughi afghani – non ci siano poi garanzie su dove andranno a finire. “C’è una situazione molto tesa in alcuni paesi, che in parte posso comprendere”, ammette Rama riferendosi ad Austria e Repubblica ceca che insistono nel volere chiudere le frontiere. “Però qui non si parla di migranti economici,  ma di persone che rischiano la tortura e che oggi si sentono tradite dall’occidente. Perché chi ha lavorato con noi, chi ha creduto in noi in  questi anni sarà il primo a essere trattato come traditore. Quello dei talebani è un regime che non scherza”. E in fondo, aggiunge, “se hai visto la guerra, se l’hai vissuta davvero, non puoi avere paura oggi dei terroristi”. Ma Rama non vuole schierarsi nemmeno supinamente sotto l’ala pacifista, o pseudo tale, che ora ripete tronfia i “ve l’avevo detto” della democrazia “che non si esporta”. “Un’ipocrisia – dice il premier – In Afghanistan per  20 anni non ci sono stati solo gli Stati Uniti, ma tutti gli altri paesi della Nato che li hanno seguiti. Anche per questo oggi non ci si può voltare dall’altra parte”. Senza i falsi moralismi resta solo uno sguardo al futuro: “Il nostro è un piccolo paese, di certo non ricco – conclude Rama – Ma questa sarà la migliore lezione per i nostri figli”.

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  • Luca Gambardella
  • Sono nato a Latina nel 1985. Sangue siciliano. Per dimenticare Littoria sono fuggito a Venezia per giocare a fare il marinaio alla scuola militare "Morosini". Laurea in Scienze internazionali e diplomatiche a Gorizia. Ho vissuto a Damasco per studiare arabo. Un paio di tirocini al ministero Affari esteri e al Parlamento europeo, abbastanza per capire che dovevo fare altro. Nel 2012 sono andato in Egitto e ho iniziato a scrivere di Medio Oriente e immigrazione come freelance. Dal 2014 lavoro al Foglio.it