Cosa dice all’Italia il crollo del populismo spagnolo modello Iglesias (adios)
Il leader di Podemos voleva riassaporare il gusto del comizio e del dibattito in tv e mettere le ali al partito. Gli è andata male
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6 MAY 21

E così Pablo Iglesias è uscito dal gruppo. Come una rockstar invecchiata che aveva nostalgia del palco, il Dibba di Vallecas (quartiere di Madrid in cui ha vissuto una parte della sua giovinezza) aveva lasciato la carica di vicepremier e la guida nazionale della sua creatura politica, Podemos, per ributtarsi nella calca. E si era candidato a presidente della regione di Madrid. Iglesias voleva riassaporare il gusto del comizio e del dibattito in tv e mettere le ali a Podemos, che nei sondaggi madrileni arrancava intorno alla soglia di sbarramento. Sono lontani i tempi in cui Iglesias aveva fatto la sua irruzione indignada nel panorama politico spagnolo, con un atteggiamento da autogestione del liceo. I professorini ultrapoliticisti che guidavano Podemos avevano fama di secchioni, ma tutti i loro studi avevano confezionato solo un populismo non troppo dissimile, al fondo, da quello dei nostrani Cinque stelle. Ma, se i grillini volevano aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, i podemiti volevano invece trattarlo come un’aula okkupata, perché erano di sinistra, loro, e stavano dalla parte del pueblo unido e del bolivarismo di Hugo Chávez. Grazie al volenteroso aiuto fornito dalle provocazioni di Rocío Monasterio, candidata di Vox alla presidenza della regione di Madrid, Iglesias ha riconquistato i riflettori. Gli elettori, invece, non li ha convinti. Podemos ha preso il 7 per cento. E così il Nostro ha annunciato: “Lascio la politica intesa come politica di partito e nelle istituzioni”.
Oppure: ha chiamato la coalizione di cui era capo “Unidas Podemos” (“Unite Possiamo”), usando la desinenza collettiva al femminile per colpire il maschilismo della politica? Ed ecco che, quando si è candidato alla presidenza della regione della capitale dando per ovvio e inevitabile che Mónica García, candidata dell’altra lista di sinistra Más Madrid, si facesse da parte, quest’ultima gli ha detto: “Noi donne siano stanche di fare il lavoro sporco per poi farci da parte nei momenti storici. E possiamo fermare l’estrema destra senza che nessuno ci tuteli”. E così via.
Peraltro, proprio di Más Madrid vale la pena di parlare, ora che Pablito se n’è ghiuto e sola ha lasciato la sinistra spagnola. Perché se la disaffezione degli elettori madrileni ha trafitto Podemos, quello di Más Madrid, che ha preso addirittura più voti del Psoe, è stato quasi un trionfo. E chissà che questo fenomeno non si riverberi anche al di fuori della capitale. Perché è vero che Más Madrid ha già come referente nazionale il partito Más País (fondato da Íñigo Errejón, l’ex braccio destro di Iglesias ai bei tempi in cui quest’ultimo sembrava il leaderino della scuola). Ed è vero che due anni fa Más País alle Politiche ha preso solo il 2 per cento. Ed è vero che Madrid non è la Spagna. Ed è vero che un altro precedente “civico” di sinistra alternativa, e cioè la corsa vittoriosa di Manuela Carmena e di Ada Colau per i Comuni di Madrid e di Barcellona, non è poi mai diventata qualcos’altro a livello nazionale. Ma è anche vero che molti a sinistra, specie tra i giovani che trovano troppo old style il Partito socialista operaio (!) spagnolo ma si sono anche stufati di bere la birra calda offerta dal kollettivo di Podemos, potrebbero aver voglia di assaggiare un nuovo prodotto politico, una sinistra alternativa ma adulta, magari simile ai Grünen tedeschi e agli altri partiti verdi che in tutta Europa conquistano fette crescenti di elettorato urbano.