Le famiglie spezzate di chi decide di parlare delle atrocità nello Xinjiang

Giulia Pompili

Intervista a Rahima Mahmut e Rushan Abbas, due donne che combattono contro le violazioni dei diritti umani da parte della Cina

La scorsa settimana il Parlamento inglese ha votato all’unanimità una mozione, sostenuta dal deputato dei conservatori Nusrat Ghani, che definisce quello perpetrato nello Xinjiang contro la minoranza etnica degli uiguri un “crimine contro l’umanità e genocidio”. Rahima Mahmut, cantante, attivista e direttrice del World Uyghur Congress  per il Regno Unito, spiega al Foglio che quel voto del Parlamento è stato molto influenzato dalla decisione di Pechino del 25 marzo scorso, quando la Cina ha imposto sanzioni contro nove persone e quattro organizzazioni britannici, tra cui un diversi parlamentari, un accademico e anche l’avvocato per i diritti umani Geoffrey Nice. Sono tutti accusati dalla Cina di diffondere “bugie e disinformazione” sullo Xinjiang. “Quell’azione ha ricevuto una grande attenzione mediatica”, dice Mahmut, che è nata a Ghulja, una città dello Xinjiang occidentale al confine col Kazakistan, e dopo aver partecipato alle proteste di Piazza Tiananmen nel 1989 ha protestato anche nel 1997, nella sua città natale. Dopo le manifestazioni degli uiguri represse nel sangue, Rahima Mahmut ha deciso di trasferirsi nel Regno Unito. “Il governo di Pechino ha cercato la vendetta perché Londra, insieme all’Unione europea, aveva sanzionato a sua volta quattro funzionari cinesi responsabili della violazione dei diritti umani nello Xinjiang. Erano funzionari che meritavano di essere puniti. Al contrario, con sanzioni cinesi contro il Regno Unito il Partito comunista ha gettato la maschera: chi è che sanziona gli esperti, i parlamentari che fanno il loro lavoro? Ecco, questo ha aumentato la consapevolezza dell’opinione pubblica inglese sulla questione”.

 

“Dobbiamo sanzionare le persone che sono responsabili di questi crimini”, dice al Foglio Rushan Abbas, nata a Urümqi, la capitale della provincia autonoma dello Xinjiang, nel 1967. Dopo essersi laureata in Biologia all’università dello Xinjiang, Abbas alla fine degli anni Ottanta si è trasferita negli Stati Uniti, dov’è diventata un’attivista per la causa uigura. Nel 2018, dopo un discorso pubblico al think tank Hudson Institute, sua sorella e sua zia sono state arrestate. “Questi funzionari non si fidano del loro stesso sistema, capiscono che è crudele e corrotto. Loro stessi non si sentono al sicuro, ecco perché mandano i loro figli a studiare nelle democrazie occidentali che combattono, e nascondono i soldi all’estero. Queste sanzioni sono lo strumento più efficace per punire questi esecutori”.  Rahima Mahmut e  Rushan Abbas hanno partecipato giovedì a un incontro pubblico organizzato dall’Ambasciata americana a Roma, e mentre le loro testimonianze venivano trasmesse in diretta, i canali social dell’ambasciata venivano bersagliati da gruppi di troll cinesi. E’ una tattica frequente della Cina: screditare gli avversari, anche personalmente, in modo da spostare l’attenzione dalle loro denunce. Il tabloid cinese in lingua inglese Global Times ha dedicato diversi articoli alla ridicolizzazione della figura di Rushan Abbas.  


“Ho già subito le peggiori conseguenze per il mio attivismo”, dice al Foglio Abbas, “sacrificando la libertà di mia sorella. Ha cinque anni più di me, dopo che i miei genitori morirono diventò una specie di figura materna, ed è una persona introversa, molto calma, per niente attiva sul piano politico. Se il cinese regime l’ha rapita e l’ha chiusa in prigione, e non c’è nient’altro di peggio. Fino a qualche anno fa avevo una vita diversa, viaggiavo, ero dirigente internazionale di una famosa azienda. Dal giorno del rapimento di mia sorella mi sono licenziata e ho dedicato la mia vita all’attivismo. La propaganda, i troll, gli attacchi personali: niente può scalfirmi. Anzi, sono la conferma che quello che faccio è giusto”. Secondo  Rahima Mahmut “il Partito comunista governa con la paura, così che la gente non parli. Eppure, stare in silenzio e cercare di salvare la propria famiglia finora non ha funzionato”. Rahima Mahmut ha perso da tempo i contatti con i suoi quattro fratelli e cinque sorelle, “e ho avuto il cancro nel 2013, e in quel periodo ci siamo sentiti spesso. Ma quando sono stata meglio, per due mesi non ho sentito più nessuno di loro. Quando alla fine sono riuscita a parlare con il mio fratello maggiore, e gli ho chiesto: ‘Perché non rispondete alle mie telefonate?’, mi ha risposto: ‘Noi ti lasciamo nelle mani di Dio. Tu lasciaci nelle mani di Dio’”. Per paura di conseguenze, spesso le famiglie sono costrette a chiudere i rapporti, a dividersi: “Che tu parli pubblicamente oppure no, sei comunque una vittima”. “Io non sono preoccupata”, dice Mahmut, “la gente mi chiede: ti senti minacciata? Non ti senti al sicuro? Ma per me non c’è un posto sicuro in questo mondo. Sono molto attenta alle persone con cui parlo, prendo qualche precauzione, ma non c’è assoluta sicurezza, credo in Dio, e posso sopravvivere anche a questo”. 
 

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  • Giulia Pompili
  • È nata il 4 luglio. Giornalista del Foglio dal 2010, si occupa delle vicende che attraversano l’Asia orientale, soprattutto di Giappone e Coree, e scrive periodicamente anche di Cina e dei suoi rapporti con il resto del mondo. Ha una newsletter settimanale che si chiama “Katane”. È terzo dan di kendo.