L'algoritmo va al Congresso

Per le aziende tecnologiche e in particolare i social media l’algoritmo è come la formula segreta della Coca-Cola, un patrimonio inestimabile che non può essere mostrato nemmeno nella penombra, perché funziona proprio se è inaccessibile e  indecifrabile. Per i politici invece svelare il mistero dell’algoritmo è diventata una priorità, perché da esso – da essi: ogni azienda ha il suo – dipendono molte cose, anche la tenuta del dibattito pubblico: non è un caso che l’algoritmo sia spesso chiamato “scatola nera”, lì dentro si scoprono non soltanto i meccanismi di funzionamento, ma pure come sono avvenuti certi incidenti
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28 APR 21
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La direttrice degli affari pubblici di YouTube, Alexandra Veitch, partecipa alle audizioni del Senato americano (foto Ap)&nbsp;<br />

Algoritmi e amplificazione” è il titolo dell’audizione avviata ieri dalla commissione Privacy e Tecnologia del Senato americano, il tentativo, l’ennesimo, della politica di comprendere e quindi regolare se non contenere il potere degli algoritmi delle Big Tech, Facebook, Twitter e YouTube. Queste audizioni si ripetono da tempo con alterne vicende (le più sciagurate le ricordiamo meglio: i senatori che non sanno nemmeno fare le domande, per esempio) ma questa ha alcune particolarità. Prima di tutto ci sono gli algoritmi fin dal titolo: per le aziende tecnologiche e in particolare i social media l’algoritmo è come la formula segreta della Coca-Cola, un patrimonio inestimabile che non può essere mostrato nemmeno nella penombra, perché funziona proprio se è inaccessibile e indecifrabile. Per i politici invece svelare il mistero dell’algoritmo è diventata una priorità, perché da esso – da essi: ogni azienda ha il suo – dipendono molte cose, anche la tenuta del dibattito pubblico: non è un caso che l’algoritmo sia spesso chiamato “scatola nera”, lì dentro si scoprono non soltanto i meccanismi di funzionamento, ma pure come sono avvenuti certi incidenti.
Un’altra particolarità dell’incontro di ieri è che non c’erano i famosi: questo significa meno telecamere, ma come dice Casey Newton, uno dei più vivaci esperti di tech, “il dibattito può essere più costruttivo”. I senatori guidati dal democratico Chris Coons e dal repubblicano Ben Sasse hanno detto fin dalla premessa: “Questi algoritmi influenzano quello che miliardi di persone leggono, guardano e pensano ogni singolo giorno ed è fondamentale per il Congresso e per l’opinione pubblica americana capire come funzionano e come si può limitare l’amplificazione della disinformazione e della polarizzazione politica”. Ad aiutarli nell’impresa di decifrazione c’erano la ricercatrice di Harvard Joan Donovan e l’eticista Tristan Harris, il testimone del documentario “Social Dilemma”, quello che ripete: “Se non stai pagando per il prodotto, allora il prodotto sei tu”.
Altra novità: la presenza di YouTube, o meglio della direttrice degli affari pubblici dell’azienda, Alexandra Veitch. Finora, dice Oliver Darcy della Cnn, alle domande su YouTube è stato Google a rispondere e questo ha permesso di evitare “uno scrutinio diretto” delle attività di YouTube che invece, con i suoi due miliardi di utenti, riesce a indirizzare il 70 per cento dei loro consumi sulla piattaforma utilizzando il proprio algoritmo (fonti della commissione del Senato). Il fatto che non ci siano i famosi ma quelli che sanno come funzionano le cose e non possono svicolare troppo ha anche avuto un effetto benefico sulle domande: solitamente i democratici chiedono sempre come gli algoritmi riescono ad amplificare le teorie del complotto e i repubblicani chiedono quanto pregiudizio anti conservatori c’è nell’algoritmo. Diventa battaglia politica insomma, e nel merito non si capisce molto di più di quel che si sapeva entrando nell’aula.
Naturalmente gli obiettivi sono divergenti: i politici americani guardano con interesse la proposta europea annunciata la settimana scorsa per regolamentare l’intelligenza artificiale e vogliono introdurre quanti più meccanismi di trasparenza possibile per dettagliare il modo in cui operano gli algoritmi. Le compagnie tecnologiche sono pronte a negoziare su molti aspetti pur di non rivelare la formula segreta: possono offrire le cronologie, limitare i cosiddetti “contenuti borderline” e dare agli utenti più strumenti per segnalare che cosa vogliono volontariamente vedere. Non oltre però. Così come rifiutano il concetto di “scatola nera”: Facebook, per dire, ha fatto un’inchiesta interna sui fatti del 6 gennaio al Campidoglio per stabilire le proprie responsabilità. In sostanza, ha rivelato BuzzFeed, Facebook non è riuscito a contenere il movimento “Stop the Steal”, cioè quello che ha dato l’assalto a Capitol Hill per fermare il “furto” della presidenza operato da Joe Biden e dai democratici. Ma sempre BuzzFeed dice: i dipendenti non hanno avuto accesso a questo documento, c’è stato il divieto di farlo circolare. Figurarsi che voglia c’è di mettersi a studiare le scatole nere di fronte a dei senatori, e a delle telecamere.