Lo Sputnik caos della Slovacchia
Crisi politica, dati mancanti e un lotto che crea dubbi. Dopo le critiche, il Fondo russo per gli investimenti diretti ha chiesto a Bratislava di restituire le dosi. Più aumenta la propaganda più è complicato fidarsi del farmaco
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13 APR 21

Roma. Sembrava che tutto fosse finito con le dimissioni del premier slovacco, Igor Matovic, e con la nomina di un nuovo governo. Invece lo Sputnik caos è andato avanti a Bratislava e si è trasformato in una lotta fatta di recriminazioni e accuse – che lascia capire quanto sia complicato scindere il vaccino russo dalla propaganda – culminata con la richiesta da parte della Russia di riavere indietro le dosi di Sputnik V inviate il primo marzo. La Slovacchia era stato il secondo paese europeo ad acquistare duecentomila vaccini da Mosca.
La notizia aveva creato uno sconquasso politico, parte del governo si era molto lamentata perché il premier di allora, Matovic, aveva fatto tutto da solo e si era allontanato dall’approccio europeo senza avvisare i suoi alleati politici. Matovic, dopo molte pressioni, si è dimesso, ha preteso la testa di qualche altro ministro e il ministero della Finanze per se stesso, ed è arrivato il nuovo premier, Eduard Heger.
Per cercare di riparare, l’ex premier e oggi ministro delle Finanze Matovic è andato a Mosca e del risultato dell’incontro si sa poco. A riferirne è sempre l’account del vaccino, che ha parlato di un “incontro produttivo”. La paura per i produttori di Sputnik V è soprattutto che questo giudizio negativo da parte della Slovacchia possa influenzare l’Ema, alla quale sono legati, per esempio, i possibili contratti con la Germania. La scorsa settimana il ministro presidente della Baviera, Markus Söder, ha detto che se l’Agenzia europea per i medicinali approverà il farmaco allora potrà essere prodotto nel suo Land, e ha già firmato un contratto non vincolante. Anche il ministro della Salute, Jens Spahn, sta negoziando con Mosca, ma si aspetta l’Ema. L’approvazione potrebbe aprire qualche porta in più per il vaccino e facilitare il suo ingresso in un mercato importante, quello europeo, anche se l’Ue ha fatto capire che stringere dei contratti con la Russia non servirebbe ad accelerare la campagna di vaccinazione, Mosca non ha grande capacità produttiva, per sua stessa ammissione.
Finora il vaccino russo è stato autorizzato in 46 paesi, ma non viene utilizzato in tutti e 46, per questioni legate all’approvvigionamento. Molti sono in America latina, Africa e stati dell’ex Unione sovietica. I produttori dello Sputnik hanno puntato molto sulla comunicazione, è un vaccino che ha un account Twitter, Instagram e YouTube, cerca di raggiungere un pubblico ampio, di coinvolgere – su Instagram chiede alle persone di postare foto mentre si vaccinano – e di polarizzare. Questa confusione tra sanità e politica non sta facendo bene alla diffusione del farmaco, neppure in Russia. Crea dubbi, divisioni e il caso slovacco ne è un esempio. Se è vero che Mosca ha mandato a Bratislava delle dosi diverse da quelle promesse, ci vorrà più di un account su Twitter per spiegare la posizione dello Sputnik V.
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Micol Flammini è giornalista del Foglio. Scrive di Europa, soprattutto orientale, di Russia, di Israele, di storie, di personaggi, qualche volta di libri, calpestando volentieri il confine tra politica internazionale e letteratura. Ha studiato tra Udine e Cracovia, tra Mosca e Varsavia e si è ritrovata a Roma, un po’ per lavoro, tanto per amore. Nel Foglio cura la rubrica EuPorn, un romanzo a puntate sull'Unione europea, scritto su carta e "a voce". E' autrice del podcast "Diventare Zelensky". In libreria con "La cortina di vetro" (Mondadori)