Editoriali

Brucia l'Irlanda del nord

Redazione

Questi sette giorni di violenze evidenziano i calcoli sbagliati sulla Brexit

Il capo della polizia in Irlanda del nord ha convocato i leader politici per parlare degli incendi e degli scontri che da giorni stanno mettendo in crisi il paese: si è presentata, questa volta, anche Arlene Foster del Dup, il partito unionista, che soltanto qualche giorno fa si era rifiutata di discutere di questa faccenda con lui, e anzi aveva chiesto le sue dimissioni. Nella notte di mercoledì, sette agenti sono stati feriti – sono 55 in tutto, da una settimana a questa parte – da attacchi con bombe carta e bus incendiati lanciati da giovani con il viso coperto a Belfast, Derry, Newtownabbey e Carrickfergus. Secondo i commentatori questi sono i “riots” più violenti dal 2013, e il 3 maggio cade il centenario della “partizione dell’Irlanda”, il giorno in cui l’Irlanda del nord si è separata dal resto dell’isola ed è diventata parte del Regno Unito.  

 

L’evento scatenante di questi scontri è stata la decisione della polizia di non procedere contro i leader del Sinn Féin, il partito cattolico repubblicano, che nel giugno dell’anno scorso aveva violato le misure di restrizione imposte dalla pandemia partecipando ai funerali di un ex capo dell’Ira, Bobby Storey (si assembrarono circa duemila persone). Ma le ragioni sono più profonde e hanno a che fare con la Brexit: l’Irlanda del nord è stata lasciata di fatto nel mercato unico europeo per evitare un confine fisico con la Repubblica d’Irlanda, ma questo ha reso più difficili gli approvvigionamenti dall’isola britannica, perché le merci provenienti da lì ora sono sottoposte a controlli doganali. Soprattutto i protestanti lealisti temono che in questo modo l’Irlanda del nord andrà verso una riunificazione di fatto con il sud, che è quello che (da sempre) vorrebbe il Sinn Féin. Quando molti leader inglesi dicevano che “i calcoli sbagliati” sul confine in Irlanda durante i negoziati avrebbero potuto portare a un ritorno della violenza, erano accusati di giocare con la paura. Ora che gli incendi sono di nuovo qui, tocca al premier, Boris Johnson, contenerla, la paura, e smetterla di ignorare quel confine.            

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