I diari privati di Mr Barber

L'aneddoto più interessante riguarda Dominic Cummings, il braccio destro di Boris Johnson e architetto della campagna della Brexit, che va nella redazione del Ft nel marzo 2016, poco prima del referendum sull’Europa. Cummings dice di non avere alcuna idea dei contraccolpi economici della Brexit, un tema che la “gente comune” non capisce. Dopo un momento di silenzio Cummings chiede preoccupato: “Questa conversazione è registrata?”. Barber risponde: “Non ti preoccupare Dominic, è pieno di persone che vengono al Financial Times e mostrano disprezzo per la gente comune”
10 NOV 20
Ultimo aggiornamento: 05:00
Immagine di I diari privati di Mr Barber
All’indomani del referendum sulla Brexit la redazione del Financial Times è in “uno stato di choc”. Per prima cosa il direttore Lionel Barber chiama il proprietario del giornale a Tokyo per rassicurarlo; poi fa un discorso motivazionale alla redazione: “Questo non è il voto che ci saremmo aspettati o che avremmo voluto. Ma adesso dobbiamo fare il nostro lavoro: produrre un grande giornale e un grande sito”. Poche ore prima Barber si era addormentato bevendo un Bourbon con ghiacchio e pregustando la vittoria del Remain. In serata il direttore dell’FT aveva parlato con Mario Draghi, il presidente della Banca centrale europea, e Ana Botín, la numero uno della Banca Santander, e aveva assicurato loro che la Gran Bretagna sarebbe rimasta nell’Ue. Barber, che da gennaio non è più direttore dell’FT, mostra qualche senso di colpa. “Non abbiamo capito ciò che accadeva fuori dalle metropoli, non abbiamo preso sul serio Nigel Farage - spiega il giornalista alla presentazione del suo libro "The Powerful and the Damned", un racconto dei suoi quindici anni alla direzione del Financial Times (2005-2020) - Abbiamo visto la Brexit solo in termini economici e razionali, abbiamo ignorato l’emozione”.
Le confessioni di Barber raccontano lo smarrimento e l’incredulità dell’élite presa alla sprovvista dalla rivolta populista, che ha spazzato via tutti i valori incarnati dal quotidiano della City. “Sono stato un testimone della distruzione, della fine - racconta Barber alla stampa estera di Londra - Il mio libro preferito è la biografia di Dean Acheson, l’ex segretario di stato americano, che ha raccontato il secondo dopoguerra, l’epoca in cui è nato un ordine mondiale dominato dagli Stati Uniti. Le istituzioni costruite in quegli anni ora sono sotto attacco dei populisti e la pandemia è stata una netta cesura. Quest’epoca non si è conclusa con un punto ma con un punto esclamativo”.
La sconfitta di Trump è un primo segno di resistenza: che impatto avrà sui partiti conservatori e liberali, che sono il bacino di riferimento storico del Financial Times?, gli domandiamo. “Trump è l’antitesi dei valori liberali sostenuti dal Ft; è un avversario del libero commercio e per questo lo abbiamo osteggiato sia nel 2016 sia nel 2020. La sua sconfitta non parla ai conservatori quanto ai populisti autoritari come Jair Bolsonaro in Brasile, Rodrigo Duterte nelle Filippine o perfino Mohammed bin Salman in Arabia Saudita”.
Il Financial Times, come molti altri quotidiani, non ha visto la rivolta alle porte. Alla vigilia del referendum il direttore ha chiesto ai suoi inviati di raccontare la campagna elettorale in “quattro angoli del Regno Unito”. Tre di loro sono tornati con un messaggio chiaro: “Vincerà il Leave”. Eppure il giornale si è fatto cogliere di sorpresa dal trionfo della Brexit e questo resta il grande rimpianto di Barber.
Per il resto la sua direzione è stata un successo: ha trasformato il vecchio e decadente organo di informazione della City in un brand globale e multimediale con un milione di abbonati. “Non dobbiamo essere un giornale ma una news organisation”. Questa era la sua missione nel 2005, quando ha raccolto il Ft sull’orlo del fallimento e ha intuito che non ci sarebbe stato alcun futuro al di fuori del digitale. “Sono il vecchio media che cerca disperatamente di essere il nuovo media”, dice l’ex direttore 65enne, che si è fatto le ossa nei quotidiani locali e vede ancora il giornalismo “come una vocazione”.
Eppure nei suoi diari la parabola del Financial Times non è altro che un dettaglio. Il libro non è ambientato in redazione, e i protagonisti non sono i giornalisti. Piuttosto è un’indagine sugli intrighi del potere e suoi esecutori. Barber è stato un ambasciatore globale del quotidiano della City: ha visitato decine di paesi, incontrando i notabili del luogo e intervistando (quasi sempre) i rispettivi capi di stato. Il libro si apre con una lunga lista di personaggi illustri (la “Dramatis Personae”) - da Donald Trump, ad Angela Merkel, a Mohamed bin Salman - che lo hanno accolto nei suoi tour in giro per il mondo.
Anche per questo il Daily Mail, che è la nemesi del Financial Times, ha etichettato Barber come un “formidabile scalatore sociale” che ostenta le sue amicizie. Ma lui non accetta questa definizione e si spinge a dire che “non ho sempre viaggiato in business class, è importante dirlo. Sono contento di viaggiare anche in economy”. Barber non si considera “parte del jet set”. “Piuttosto sono un direttore-reporter. Sono stato privilegiato dalla mia posizione e ho avuto accesso a persone molto potenti. Questo fa parte del lavoro”. Però lui stesso ammette che “darsi un po’ d’arie non ha mai fatto male a nessuno”.
Molti ex colleghi di Barber che hanno fatto altro nella vita - come il politico laburista Ed Balls o il guru delle comunicazioni Roland Rudd - vengono etichettati come dei "Financial Times men”, come se il quotidiano della City fosse un club esclusivo di cui si resta membri a vita. In ogni suo incontro, Barber sottolinea l’università frequentata dal suo interlocutore con un sottinteso elitario. Il giornalista è un membro di spicco della vituperata “élite metropolitana”: è invitato alle feste più trendy, frequenta i salotti buoni della finanza globale e ne va fiero. Del resto cosa ci possiamo aspettare dal direttore del Financial Times, un giornale con dei lettori internazionali, una redazione londinese, una proprietà giapponese e oltre cento corrispondenti in giro per il mondo? Naturalmente Barber ha conosciuto tutti i politici britannici, ma non sono loro l’oggetto del suo interesse. Londra è solamente la capitale dell’impero del Financial Times.
La sua critica più perfida nei confronti dell’austera Theresa May - rimasta famosa per la sua frase: “Se credi di essere un cittadino del mondo, sei un cittadino del nulla” - è che era troppo provinciale e non pensava all’impatto dei suoi commenti al di fuori dell’Inghilterra profonda. Pur senza ammetterlo, Barber si sentiva più a suo agio nell’ambiente cameroniano popolato da “gente che indossa i pullover di cashmere, gli stivali Wellington verdi e gira con le Range Rover”. Tuttavia, l’aneddoto più interessante riguarda Dominic Cummings, il braccio destro di Boris Johnson e architetto della campagna del Leave, che si reca nella redazione del Ft nel marzo 2016, poco prima del referendum sull’Europa. Cummings dice di non avere alcuna idea dei contraccolpi economici della Brexit, un tema che la “gente comune” non capisce. Dopo un momento di silenzio Cummings chiede preoccupato: “Questa conversazione è registrata?”. Barber risponde con il solito tono elitario: “Non ti preoccupare Dominic, è pieno di persone che vengono al Financial Times e mostrano disprezzo per la gente comune”.
Come tutti i direttori, anche Barber affronta un dilemma costante: qual è la linea di demarcazione tra i rapporti confidenziali con i potenti e l’obiettività giornalistica? L’ex direttore vuole “penetrare la bolla” e conoscere da vicino i protagonisti ma allo stesso tempo deve restare neutrale. “È sempre importante ricordare che non sei amico con questa gente, non puoi esserlo. Deve esserci una certa distanza. I miei giornalisti possono confermare che non ho mai interferito con un articolo in cui conoscevo le persone coinvolte”. Uno dei suoi aneddoti racconta bene questo dilemma perenne. Nel 2005 il Ft vuole dimostrare che il presidente della Banca Mondiale, l’americano Paul Wolfowitz, ha chiesto illegittimamente un aumento di stipendio per un’impiegata con cui aveva una relazione. Barber si trova a Washington in una delle feste glamour organizzate dal commentatore Cristopher Hitchens e confessa a un amico: “Voglio mettere le mani su questo scoop - e anche su Wolfowitz”.
Il giorno dopo gli hanno fatto notare che il presidente della Banca Mondiale, a sua insaputa, stava ascoltando la conversazione alle sue spalle.