Sei milioni di euro per i due ostaggi italiani liberati in Mali

Daniele Raineri

Padre Pier Luigi Maccalli e Nicola Chiacchio sono stati rilasciati da al Qaida in Africa in cambio del pagamento di un riscatto. Le trattative per riaverli indietro facevano parte di un negoziato più complesso cominciato due mesi fa che ha portato alla liberazione di due altri ostaggi e a una scarcerazione di massa

Secondo fonti vicine ai negoziati sentite dal Foglio, il governo ha pagato in totale sei milioni di euro per liberare Pier Luigi Maccalli e Nicola Chiacchio, due italiani rapiti in Niger e rilasciati giovedì scorso in Mali. Gli ostaggi erano nelle mani della divisione di al Qaida che infesta la regione del Sahel con la sigla Jnim e riesce a muoversi con facilità da un paese all’altro attraverso frontiere che in certe aree esistono soltanto sulla carta. I negoziati sono stati abbastanza rapidi grazie al fatto che il 25 marzo il gruppo terrorista ha rapito un famoso politico del Mali, Soumaila Cissé – ex ministro delle Finanze e candidato a diventare presidente – durante la campagna elettorale. Questo ha creato in meno di un mese una connessione tra il governo del Mali e i sequestratori e a questo contatto si sono attaccate le trattative per altri ostaggi: la francese Sophie Petronin, un’operatrice umanitaria rapita nel 2016, e i due italiani. 

 

I negoziati sono cominciati a diventare concreti all’inizio di agosto e non hanno subìto scossoni nemmeno durante il golpe in Mali del 18 agosto, perché i golpisti hanno avuto l’idea saggia di tenere sempre lo stesso negoziatore al suo posto. Il sequestro di Cissé è stato una svolta soprattutto per l’ostaggio francese, Petronin, perché il gruppo terrorista rifiuta di negoziare con la Francia e di partecipare a qualsiasi negoziato dove i francesi siano presenti come mediatori. Da anni un contingente militare francese di cinquemila soldati è presente nell’area del Sahel – il nome della missione è Operazione Barkhane – per dare la caccia ai gruppi jihadisti con alterne fortune: a volte registra successi e a volte sembra che i progressi siano impossibili. A giugno i francesi hanno ucciso con un’operazione nel nord del Mali Abdelmalek Droukdel, l’imprendibile capo dell’altra grande divisione africana di al Qaida in quella regione, conosciuta con la sigla Aqim. Non c’era spazio per negoziati, ma i terroristi avevano segnalato la disponibilità a liberare Petronin, di 75 anni, che nei quattro anni di prigionia si è convertita all’islam e oggi si fa chiamare Mariam. 

 

Un emissario di al Qaida ha mandato una lista di duecento nomi di detenuti nelle carceri del Mali da liberare in cambio dell’ostaggio francese e del politico maliano (per quest’ultimo hanno voluto anche denaro). A negoziare per gli italiani c’erano gli uomini dell’Aise, i servizi segreti per l’estero, che in questi anni hanno costruito una rete di contatti molto estesa – l’attuale direttore, Giovanni Caravelli, si è occupato della liberazione di Silvia Romano in Somalia. 

 

Le autorità del Mali hanno liberato 180 detenuti in due tranche, sabato 3 e domenica 4 ottobre, e secondo il giornalista francese Wassim Nasr tra loro ci sono soltanto tre jihadisti importanti. Molti altri fra i liberati sono prigionieri qualsiasi, hanno connessioni deboli o casuali con il gruppo terrorista, e la loro liberazione è una mossa politica da parte di al Qaida per ingraziarsi la popolazione. I qaidisti hanno chiesto un intervallo di tre giorni  fra il rilascio dei loro uomini e quello degli ostaggi per avere il tempo di nascondere i leader liberati e infatti giovedì hanno rilasciato i quattro prigionieri. Mentre sui media circolavano le foto dei sequestrati restituiti al governo del Mali e ormai atterrati in Francia e Italia, su un canale telegram sono apparse le foto dei jihadisti liberati mentre incontravano il capo storico del gruppo, Iyad Ag Ghali. Nella stessa regione dove Iyad Ag Ghali muove i suoi combattenti arriveranno i soldati delle forze speciali italiane impegnati con altri contingenti europei nell’operazione Takuba a sostegno dei francesi. 

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  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)