L'America è in crisi da Trump, ma senza Trump guarirà?

Ogni giorno di trumpismo contribuisce a scheggiare il progetto americano come lo abbiamo sempre conosciuto. Il voto del 3 novembre si può sintetizzare in due domande: li regge, l’America, altri quattro anni di Trump? E se Trump dovesse perdere, il suo successore può aggiustare tutto o sono stati fatti danni permanenti?
7 OTT 20
Ultimo aggiornamento: 04:00
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“La storia è più grande di Donald Trump – scrive Jeffrey Goldberg nell’introduzione di “The American Crisis” – e non soltanto perché un imbroglione non ha alcun potere senza un pubblico pronto a farsi imbrogliare. L’America negli ultimi anni si è sganciata da verità che prima erano scontate, dalle idee che hanno animato la sua creazione come sono state scritte nei documenti fondativi del nostro paese”. “The American Crisis” è il racconto di questo scollamento, dei danni profondi del trumpismo.
In cinquecento pagine, “The American Crisis” raccoglie i saggi più importanti pubblicati dalla rivista The Atlantic in questi quattro anni ed è il ritratto di come l’America è cambiata da quando c’è Donald Trump alla Casa Bianca. Il voto del 3 novembre, dopo la lettura della raccolta, si può sintetizzare in due domande: li regge, l’America, altri quattro anni di Trump? E se Trump dovesse perdere, il suo successore può aggiustare tutto o sono stati fatti danni permanenti? Le risposte non sono rassicuranti, anche perché ogni giorno di trumpismo contribuisce a scheggiare il progetto americano come lo abbiamo sempre conosciuto. “The American Crisis” racconta il trumpismo fino al giugno scorso, nel frattempo tra le altre cose abbiamo scoperto che Trump non va nei cimiteri militari perché sono “pieni di perdenti” (scoop del direttore dell’Atlantic Goldberg), che i repubblicani hanno un piano per rimanere al potere se l’esito del voto è incerto, che c’è una milizia pronta a intervenire con 25 mila uomini se l’esito del voto è incerto (è un articolo bello e spaventoso di Mike Giglio pubblicato in questi giorni sull’Atlantic), che Trump paga, quando li paga, 750 dollari di tasse all’anno, che il suprematismo bianco non è per forza da condannare, che per mostrarsi invincibile al Covid Trump è disposto a mettere a repentaglio tutti quelli che lavorano con lui (la Casa Bianca non ha nemmeno attivato il tracciamento dei contagiati dopo che il presidente è stato in ospedale) adottando la stessa leggerezza aggressiva che ha usato in mesi di pandemia.
Ogni giorno, l’impalcatura americana subisce qualche colpo, qualche sfregio: “The American Crisis” dice che la minaccia più grande alla tenuta del paese è il presidente stesso, il suo nichilismo – George Packer parla della “ricerca nichilista del potere a tutti i costi” – e la sua crudeltà – Adam Serwer dice che “riusciamo a sentire la risata crudele che attraversa tutta la stagione trumpiana”. Ma questa analisi suona quasi promettente: togli Trump e ogni cosa torna al suo posto. In realtà non è così facile.
David Brooks individua uno dei danni permanenti del trumpismo nelle “convulsioni morali” che scuotono l’America: nascono dal collasso della fiducia. Nessuno si fida più di nessuno – questo è un altro tratto molto spiccato del trumpismo e quindi della crisi americana: il sospetto – e così “il potere al popolo è diventato il potere di non fare più nulla”, soltanto di vivere nelle convulsioni, e di litigare tantissimo. Per ricostruire la fiducia, per coprire le ammaccature e magari sistemarle poi per bene, i rimedi offerti dall’Atlantic e in generale dai commentatori americani sembrano un manuale di buone maniere e di educazione civica: dialogare senza litigare, accettare le diversità, andare a votare (e fare anche i volontari ai seggi, con la mascherina). Anne Applebaum chiude “The American Crisis” con una piccola luce, lei che ne vede pochissima di luce in questi tempi: “Theodore Roosevelt diceva che l’ottimismo ‘è una buona caratteristica’ ma aggiungeva: ‘Portato all’estremo diventa sciocchezza’. Abbiamo trovato in passato il punto di mezzo tra ottimismo e sciocchezza. Abbiamo trovato la capacità di fare grandi cambiamenti senza distruggere gli elementi del nostro sistema che sono buoni e utili. Se l’abbiamo già fatto, possiamo rifarlo”.