Isabel Ayuso, la presidente che non vuole chiudere Madrid e rischia molto
E' una delle politiche più controverse nel panorama nazionale. Adesso "non vuole assumersi la responsabilità di chiudere la città e sta facendo di tutto per accusare il governo centrale di imporre un nuovo lockdown"
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2 OCT 20
Ultimo aggiornamento: 04:00 AM

Isabel Ayuso <br />
Madrid. Madrid si prepara al lockdown. L’ora X è la mezzanotte di oggi. O forse no. In meno di 24 ore la popolare Isabel Díaz Ayuso, presidente della Comunidad, ha cambiato idea tre volte. Prima ha firmato l’accordo con il ministero della Salute e le altre regioni spagnole. Poi lo ha stracciato. Infine ha deciso di impugnarlo davanti all’Audiencia Nacional, la Corte suprema spagnola. Come a dire, Madrid non va confinata. O meglio, non sarà lei a darne l’ordine. Quarantuno anni, laureata in Comunicazione, Ayuso è diventata una delle politiche più controverse nel panorama nazionale. E non solo per il suo ruolo, ottenuto in circostanze fortuite grazie a Pablo Casado, il “rottamatore” del partito popolare dell’èra post-Rajoy. Un flusso di dichiarazioni contraddittorie, superficiali e surreali (“negli ospedali coi soffitti più alti i pazienti guariscono meglio”) l’hanno resa celebre ai rotocalchi e ai più. Senza contare quello shooting fotografico apparso a maggio sulla prima pagina del Mundo: affranta, di nero vestita. Scatti di pessimo gusto, a detta di molti, soprattutto per i parenti delle vittime del virus.
D’altronde, passare dal gestire i tweet di Pecas, il fu cane di Esperanza Aguirre, ex regina madrilena del partito, a governare la più importante città iberica, il salto è grande. “Ciò che sta accadendo è pazzesco: l’unico responsabile del disastro epidemiologico è l’irresponsabilità del governo madrileno”, sbotta Pablo Simón, politologo e professore all’Università Carlos III. L’amministrazione della capitale europea della cosiddetta segunda ola si ribella alle nuove restrizioni imposte dal governo spagnolo: stringere le maglie ai municipi oltre i centomila abitanti con un’incidenza superiore ai 500 casi su 100 mila, con una positività superiore al 10 per cento e una terapia intensiva occupata al 35. Tutti parametri che Madrid supera da settimane (lo scorso weekend la sola capitale ha registrato 4.963 casi e 131 morti). “Stiamo assistendo ad un terribile gioco politico a spese dei cittadini: Ayuso non vuole assumersi la responsabilità di chiudere la città e sta facendo di tutto per accusare il governo centrale di imporre un nuovo lockdown. Si tratta chiaramente di uno scontro politico tra partito popolare e partito socialista. Qui la salute dei madrileni, e di tutti gli spagnoli, passa in secondo piano”, spiega il politologo.
Benché Salvador Illa, ministro della Salute, abbia già detto che a Madrid il piano contro la seconda ondata sia già fallito, Ayuso non vuole cedere terreno e finora si è mossa solo per chiudere parzialmente 45 zone a rischio. “Un lockdown tracciato col bisturi un po’ a caso. Inutile e senza alcuna logica”, dice Lluís Orriols, docente di Scienze politiche all’Università Carlos III. “Segno che il governo regionale non sta facendo bene i compiti o forse è più preoccupato a vincere la partita contro gli avversari politici piuttosto che cooperare per il bene comune. La Ayuso e la sua squadra stanno attuando una una politica della confusione”. Insomma l’amministrazione sembra decisa ad evitare la chiusura di alcuni quartieri e comuni, anche a rischio di contribuire all’aumento dei contagi in tutto il paese.
E per un chiaro motivo: sconfiggere il premier socialista ed evitare l’impopolarità in certi settori economici. “Il comportamento della presidente risponde all’idea di scontro col governo e blocco istituzionale adottata da Casado”, dice Simón. “La sua ostinazione non potrebbe essere compresa se non avesse l’appoggio del suo leader. Entrambi sembrano dare priorità a minare l’esecutivo di Sánchez più che a proteggere la salute dei cittadini”. Risultato? La capitale vive da settimane in una spirale di preoccupanti dati epidemiologici, i ricoveri ospedalieri aumentano pericolosamente, manca il personale sanitario (che frattanto convoca scioperi) mentre gli ambulatori di prima assistenza sono allo stremo. Alla presidente, però, poco importa. Quel che interessa è che tutti i tg la inquadrino insieme a Pedro Sánchez. Da pari a pari. In un trionfo di bandiere.