Un Requiem per l'alt-right

Raffaele Alberto Ventura

Oltre Bannon. Storia e tramonto di un’ideologia distrutta dal confronto con la realtà

E’ difficile non interpretare la caduta di Steve Bannon – al netto di come si concluderà la vicenda giudiziaria che lo vede coinvolto – come un simbolo dell’esaurimento della stagione dell’alt-right americana. Se la raccolta di fondi per la costruzione del muro con il Messico sia stata truffa ai sensi della legge lo stabilirà una corte, nel frattempo possiamo prendere atto che la prima ondata populista – quella ha traversato il mondo, inclusa l’Italia, dal 2016 in poi – si è ovunque svelata in piena luce come una vera e propria truffa politica. Non siamo così ingenui da ignorare che ci aspetta una seconda ondata; ma inevitabilmente sarà diversa, perché le cose che hanno funzionato una volta difficilmente funzioneranno ancora. E' possibile convincere 250.000 donatori a finanziare un muro inesistente, è forse possibile convincere un donatore a finanziare muri 250.000 volte, ma non si può convincere 250.000 donatori a finanziare 250.000 muri. Il successo di un movimento politico, come ha mostrato meglio di tutti Ernesto Laclau nel suo studio sulla Ragione populista (Laterza), consiste nella sua capacità di aggregare il più ampio spettro di domande politiche sotto un’unica bandiera.


Aggregare il più ampio spettro di domande politiche sotto una bandiera è stato il successo dei seguaci di Bannon. Things change


 

Questo non significa soltanto individuare un unico interesse comune trasversale, come quando ai tempi della Rivoluzione francese tutti convennero nell’idea di far fuori l’aristocrazia, ma soprattutto dei “significanti vuoti” nei quali diversi gruppi d’interesse possano riconoscersi. Ad esempio dei miti, delle immagini, degli slogan… che però ognuno interpreterà con una sfumatura diversa. In ciò fu precursore Beppe Grillo, che mescolava in un unico urlo di protesta l’anti-statalismo dei tagli alla politica e l’iper-statalismo assistenzialista, il futurismo e l’oscurantismo, la sinistra arcobaleno e strani rigurgiti missini. E come faceva a mescolare il tutto senza l’ombra di un grumo? Con l’arma dell’ironia beninteso. Quella stessa ironia che l’alt-right ha impiegato per far saltare i codici comunicativi della politica americana, e confondere oltre ogni limite il confine tra la sparata paradossale e il programma politico. Cos’era dunque il famoso muro con il Messico: metafora delle rigide politiche di frontiera effettivamente adottate, oppure frontiera concreta fatta di mattoni e cemento, con filo spinato e telecamere, disposta lungo tremila chilometri e per giunta pagata coi soldi dei contribuenti messicani? A una parte degli elettori americani questo non sembra più importare tanto; ai giudici che indagano su Bannon, evidentemente, si.

 

Il successo dell’alt-right si spiega con la sua capacità di abbracciare entro un unico significante – chiamiamolo “Make America Great Again”, chiamiamolo Pepe the frog – lo spettro che andava dall’elettore di destra moderato, magari stufo del politicamente corretto, forse anche alcuni lettori del Foglio, al neo-nazista nostalgico del KKK. Qualcosa del genere era riuscita a fare la Lega di Salvini nel 2018, e non a caso in Italia come negli Stati Uniti i partiti sovranisti si sono trovati nell’imbarazzo di scoprire di avere nutrito nel loro seno militanti violenti ed eversivi. “Pazzi isolati”, ben inteso, ma la responsabilità dei quadri di partito non è tanto di averli incoraggiati quando di non aver saputo individuarli. Ma come potevano? Dal momento che il linguaggio è stato svuotato di significato e le metafore violente sono venute all’ordine del giorno, si fa fatica a distinguere un pazzo da uno sano. Ecco a cosa serviva una parola più limpida e onesta. Ecco perché Hannah Arendt scriveva che il totalitarismo inizia sempre distruggendo il linguaggio. Ancora pochi giorni fa, alla domanda se approvasse chi sostiene che lui starebbe salvando il mondo da una setta di pedofili satanisti, Trump ha risposto: “Che cosa ci sarebbe di male? In effetti stiamo salvando il mondo”. La sala stampa scoppia in una risata che vale come tributo all’arguzia di cambiare il senso della domanda per non risponderle. Il problema è che quella teoria (QAnon) è considerata dall’intelligence americana come una potenziale minaccia terroristica. Di nuovo Trump tenta di tenere il piede in due scarpe, modulando i registri retorici. Ma il trucchetto funziona ancora? A questo punto dipende dagli elettori moderati, dal Centro, e da quanto ancora sono disposti a “chiudere un occhio”, anzi due, per non vedere con chi si stanno accompagnando. Perché l’operazione linguistica dell’alt-right non consisteva soltanto nel rendere indistinguibile una metafora aggressiva da una minaccia letterale, ma contemporaneamente nel presentarsi come solo e unico rifugio del “senso comune” minacciato dalla sinistra. Qui abbiamo assistito a un vero e proprio gioco delle parti per spartirsi l’opinione pubblica: la crescente rigidità del moralismo liberal fabbricato nelle grandi università (forma borghese delle legittime rivendicazioni di equità sociale continuamente tradite dalla società americana) ha spinto molte posizioni verso destra, la quale è stata ben felice di recuperarle. Molti americani che non padroneggiavano i codici linguistici e sociali della sinistra “woke” si sono ritrovati marchiati con lo stigma del razzismo e del sessismo, diventando facili prede di chi effettivamente nascondeva posizioni suprematiste dietro alla critica del politicamente corretto. La ragione populista aveva vinto.


Contro questo movimento, i dem dovranno mantenere le loro promesse, e andare un po’ oltre il “populismo” dei diritti civili 


 

Di tutto questo, Steve Bannon è stato uno degli abili pontieri. Dopo che Trump era salito al potere, la sua stella si è oscurata presto. Quella dell’alt-right di certo non è una strategia di governo, e forse nemmeno era una strategia per vincere le elezioni contro Hillary Clinton: era stata soprattutto una strategia per scalare il partito repubblicano. Per questo la seconda ondata sarà differente. Nei prossimi mesi non sarà Pepe the frog ad aiutare Donald Trump contro Joe Biden: si è riaperta la battaglia per il Centro. Nel frattempo le periferie continuano a lottare al grido di “Black Lives Matter” e anche da loro dipenderà la vittoria. La società americana è oggi sempre più consapevole dell’ingiustizia che tocca la popolazione nera, e non basterà sventolare lo spettro del politicamente corretto per cancellare questa ferita. Questa volta è il Partito democratico che dovrà mantenere le sue promesse, e andare un po’ oltre il “populismo” dei diritti civili, dimostrando che il sogno americano non è una truffa.