In Francia l’utero in affitto fa litigare il premier Valls e la ministra Taubira

Dichiarazioni contrastanti, una sentenza che aggira un divieto mai caduto, un appello dei contrari con tante belle firme socialiste. Il tribunale di Nantes ha accolto la richiesta di trascrizione nei registri comunali francesi di tre bambini nati da madri surrogate.
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Non c’è solo la riforma dei programmi scolastici a turbare l’armonia tra i socialisti francesi, non tutti disposti a sostenere le ricette proposte dalla ministra dell’Educazione, Najat Vallaud-Belkacem, e già ribattezzate “subculture pour tous”. C’è anche la questione della Gpa (“gestation pour autrui”, cioè maternità surrogata o utero in affitto) ad agitare la vita dell’esecutivo, tanto che il Figaro vede i segni di un sordo “braccio di ferro” tra la ministra della Giustizia, Christiane Taubira, e il premier Manuel Valls.
La prima, nota per essere l’artefice principale della legge sulle nozze gay (il “mariage pour tous”), lavora non da oggi e molto attivamente per la legalizzazione dell’utero in affitto in Francia. Nel 2013, aveva provato a far passare con una semplice circolare ai prefetti l’obbligo di iscrizione automatica nello stato civile dei nati all’estero grazie alla Gpa, in aperta violazione della legge nazionale. In quel caso era però stata smentita dai tribunali, che in più di un’occasione avevano considerato inaccettabile il fatto che negli atti da trascrivere si facesse riferimento all’inesistente figura giuridica della “maternità di intenzione”, a indicare che colei che vuole accreditarsi come madre non è la donna che ha partorito (e ad avallare nei fatti la liceità dei contratti di maternità surrogata).
Il secondo, Manuel Valls, almeno a parole è contrario ad accogliere la Gpa nell’ordinamento, anche sotto forma di trascrizione delle nascite avvenute all’estero: “La trascrizione automatica degli atti esteri equivarrebbe ad accettare e normalizzare la gestazione per altri (Gpa)”, aveva dichiarato il premier nello scorso ottobre, intervistato dal quotidiano la Croix. Si riferiva alla sentenza con cui pochi mesi prima, a Strasburgo, la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato la Francia per il rifiuto di trascrivere nei registri comunali la nascita di tre bambini nati da utero in affitto negli Stati Uniti (rifiuto che, a giudizio della Corte, costituiva un “attentato” alla loro “identità”).
Ma mentre Valls annunciava fermezza, il presidente Hollande si guardava bene da far ricorso contro la sentenza di Strasburgo, diventata così esecutiva nello scorso settembre (evidentemente anche in Francia vale la regola secondo la quale certi lavori complicati è più prudente farli fare ai giudici; è appena successo qualcosa di simile anche in Italia, con la legge 40 lasciata senza difesa dell’Avvocatura dello stato, per una precisa disposizione della Presidenza del Consiglio, nell’ultimo giudizio di fronte alla Corte costituzionale, riguardante la diagnosi genetica preimpianto degli embrioni).