L'uomo di Orbán che rosicchia quel che rimane del pluralismo in Ungheria

Micol Flammini

Miklós Vaszily, il sito Index e il barometro dell’indipendenza

Roma. In cima alla scala della democrazia illiberale in Ungheria c’è senza dubbio il primo ministro Viktor Orbán. Ma l’orbanismo farebbe fatica a reggersi in piedi se il leader di Fidesz in questi anni non fosse riuscito a costruire una rete di amicizie, una tela fittissima di collaboratori posizionati ai vertici di settori importantissimi del paese e strategici per rendere l’orbanismo più durevole e stabile, come i media. Per la stampa Orbán ha un’attenzione minuziosa, sono la sua ossessione, li tiene d’occhio costantemente e ha fatto in modo di rendere l’informazione uno show dell’orbanismo, un megafono della democrazia illiberale. Non aveva bisogno di strategie sofisticate, basta annullare il pluralismo e per farlo si è affidato a varie personalità. Il primo è stato Gábor Liszkay, presidente della Kesma (Fondazione stampa e media dell’Europa centrale), che qualche anno fa aveva aggregato in un unico gruppo circa cinquecento testate tra emittenti, giornali, siti, radio, per un valore di 88 milioni di euro. Liszkay, prima di finire a capo della fondazione, guidava Mediaworks, un’altra azienda mediatica orbaniana, e su ordine del premier si era poi limitato ad accorpare tutte le testate dichiaratamente orbaniane “per preservare la cultura ungherese”, era questa la motivazione alla base della creazione della Kesma, che spogliata di tutta la propaganda, altro non è che il tentativo riuscito di dare un colpo durissimo al pluralismo. Ma qualcosa ancora sfugge e resiste: resistono per esempio siti più piccoli di inchiesta, resiste il quotidiano Népszava, di flebile opposizione, rimasto in vita per lasciare una parvenza di pluralismo. Resistevano, fino al 2014, anche due giornali online: Origo e Index. Il primo ha resistito fino a quando il suo manager Miklós Vaszily, sostenitore di Orbán, non ha licenziato il caporedattore Gergö Sáling, e ha trasformato Origo in un portavoce del governo.

 

Lo scorso fine settimana Index ha spostato il suo “barometro dell’indipendenza” nella sua home, una lancetta che si muove a seconda delle condizioni di libertà dei giornalisti della testata e, per la prima volta dal 2018, l’asticella si è mossa da “indipendente” a “in pericolo”. E in questo cambiamento, che per il giornalismo di Budapest non è una buona notizia, c’entra sempre Vaszily, magnate dell’informazione e colonna della democrazia illiberale che sta rosicchiando qua e là quel che rimane del pluralismo in Ungheria. Tanti pilastri dell’orbanismo sono amici o compagni di scuola del primo ministro, Vaszily è tra i suoi nuovi sostenitori, è più giovane ma ugualmente attaccato al premier. L’ex amministratore delegato di Origo nel 2015 è poi stato messo a capo di Mtva, la società televisiva di proprietà statale e a fine maggio ha annunciato di aver acquistato il 50 per cento di Indamedia, la società che vende la pubblicità a Index. I giornalisti hanno aspettato un po’ prima di iniziare ad allarmarsi, ma quando hanno visto le prime interferenze hanno spostato il loro barometro dell’indipendenza. Secondo il direttore, Szabolcs Dull, la redazione è ormai sottoposta a tali pressioni che la testata è molto preoccupata dalla possibilità di perdere i suoi valori. Il piano di Vaszily è semplice, le testate stanno attraversando dei problemi crescenti a causa della crisi economica e se Index vorrà sopravvivere – non ha sussidi del governo e dipende dalla pubblicità – sarà costretta a scendere a patti con Vaszily che ha già imposto all’interno della redazione un consigliere per aiutare la testata a gestire meglio i costi che subito, come ha denunciato Dull, è intervenuto sui contenuti. Il consigliere si chiama Gábor Gerenyi, ed è tra i fondatori di Index, poi è passato anche lui all’orbanismo, e ha suggerito alla redazione di assemblare contenuti prodotti altrove.

 

Lasciare qualche parvenza di pluralismo era una delle tattiche del leader ungherese anche per dimostrare all’Unione europea che non è vero che l’Ungheria non rispetta la libertà di stampa, ma sono i giornalisti che amano tutti Orbán. Il problema, raccontano alcuni oppositori, è che il premier non ha mai accettato il fatto di aver perso Budapest dove, durante le elezioni comunali dello scorso anno è stato eletto il suo oppositore Gergely Karácsony. Di questa sua sconfitta continua a incolpare Index.

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