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Il Sessantotto del Cile che si ispira ai gilet gialli

L'eredità del regime di Pinochet, le speranze di una nuova costituzione e le idee che arrivano dai social. Eugenio Tironi, il sociologo di Santiago, ci racconta le aspettative e i pericoli delle rivolte

11 Marzo 2020 alle 13:10

Il Sessantotto del Cile che si ispira ai gilet gialli

Arresti in Cile durante le proteste (AP Photo/Esteban Felix)

“La situazione in Cile? Un po’ ci sono da sistemare alcune eredità del regime di Pinochet, un po’ stiamo vivendo una sorta di ’68 mezzo secolo dopo, ma c’è anche una imitazione dei gilet gialli che spesso vira su un puro nichilismo”. A parlare al Foglio è Eugenio Tironi: un personaggio chiave nella storia del Cile. Giusto trent’anni fa, l’11 marzo del 1990 Patricio Aylwin si insediava alla Presidenza. L’opposizione aveva già vinto il referendum del 5 ottobre 1988 e le elezioni del 14 dicembre 1989, Pinochet sarebbe rimasto alla testa dell’esercito fino al 10 marzo 1998, ma la vera transizione alla democrazia in Cile fu quella. Come direttore della Segreteria alla Comunicazione alla Cultura, Eugenio Tironi fu il più stretto collaboratore del democristiano Aylwin. Sociologo di area socialista, dopo essere stato in gioventù nell’estrema sinistra e poi autore di alcuni best-seller critici verso il modello economico del regime militare, Tironi si era pronunciato a favore di un approccio pragmatico. Salvaguardare ciò che aveva favorito la crescita economica, pur correggendolo gradualmente in senso sociale. 

  

Trent’anni dopo in Cile si succedono le proteste, l’8 marzo sono scese in strada 2 milioni di donne, e il 26 aprile è in agenda un referendum costituente. Spiega Tironi: “In Cile c’è oggi una sindrome simile a quella che ci fu nell’Europa prospera e soddisfatta di fine anni Sessanta. La sensazione che si è fatto un grande sforzo, che si è avanzati materialmente, ma che la vita non ha senso. Che la democrazia è catturata da intermediari. Che la distanza economica e sociale tra il popolo e l'élite si mantiene o aumenta. Sono anche collassate alcune istituzioni in passato rispettate come la chiesa, la famiglia o i Carabineros”.

  

All’estero si parla soprattutto degli scandali di pedofilia che hanno colpito la chiesa. “Ma hanno avuto un effetto grave anche gli scandali che hanno colpito i Carabineros, che da noi erano sempre stati una grande istituzione. A parte ciò, sono molto indeboliti perché chiaramente non sanno come trattare con una nuova generazione molto tecnologica. I Carabineros cileni sono oggi una forza pre-moderna non in grado di affrontare una sfida sofisticata che si ispira a quel che vede fare a Hong Kong o dai gilet gialli. L’esempio arrivata da reti sociali che producono impazienza. Tutto ciò si è accumulato nel momento in cui un governo di destra non riesce a mantenere quella aspettativa di crescita economica per cui era stato votato. Di ciò approfittano gruppi di ultrasinistra molto nichilisti”.  

 

Però è partito un processo costituente. “In una situazione per niente facile. In un sistema presidenziale un governo pur in crisi di consensi molto grave dovrebbe durare ancora due anni. L’opposizione, che ha la maggioranza al Congresso, vede l’occasione per tornare al potere. In questo contesto si è ideato un meccanismo molto intelligente e molto sofisticato. Il primo passo è 'un plebiscito in entrata’, come è stato definito. Il popolo deve decidere se approvare o respingere l’inizio di un processo costituente ad hoc, e come deve essere sviluppato. Se con una sorta di Assemblea Costituente, o con un sistema misto che includa costituenti eletti e parlamentari attuali. È un meccanismo che canalizza una certa esigenza di cambiamento, per soddisfare soprattutto le nuove generazioni. La totalità del centro-sinistra è per l’approvazione, ma anche settori della destra si stanno schierando in questo senso. E ciò è interessante. Chiaro che c’è il dubbio che si possa realizzare in pace, con il grado di irritazione, esasperazione e violenza che mostrano alcuni gruppi alla fine molto piccoli, ma anche molto efficaci”. 

   

 

Ci sono denunce sul fatto che questi gruppi possano essere stati organizzati dal Foro di San Paolo o da Maduro. D’altra parte quella del Cile è presentata come una “rivolta contro il neoliberismo”. Però in contemporanea c’è stata l’altra rivolta che ha invece estromesso dal potere in Bolivia il “socialista” Morales, e l’anno scorso ci sono state poi in tutto il mondo rivolte contro ben 49 governi, contro ogni tipo di governo. “La rivolta del Cile nasce essenzialmente dal Cile e dalla frustrazione di un sogno meritocratico. Giovani che hanno studiato, hanno ottenuto un diploma, hanno magari raggiunto un livello di vita molto superiore a quello dei propri genitori e dei propri nonni, ma non hanno ottenuto quello che si aspettavano. In più c’è il problema della vecchiaia in una società che è sempre più vecchia e che non ha risolto il problema delle pensioni. È così in molti paesi, ma qui è più grave perché con questo sistema gran parte della popolazione, al momento di andare in pensione, rischia di cadere in povertà. Ovvio che Maduro provi a mestare nel torbido, e non dubito che possano esserci di mezzo suoi agenti, anche se finora non è ancora emersa alcuna evidenza. Ma l’origine della protesta in Cile è assolutamente endogena. Poi, sì, c’è un effetto imitazione molto importante. Se si vede oggi un nuovo metodo di lotta a Hong Kong o a Barcellona, possiamo essere sicuri che domani lo vedremo a Santiago”.  

 

La crisi contemporanea di Piñera e Morales ha sconcertato molti osservatori, secondo i quali al di là dell’opposto segno ideologico quelli di Cile e Bolivia erano due modelli che funzionavano. “Il Cile è però molto diverso dalla Bolivia. Il Cile è un paese con livelli di reddito o di scolarità più vicini a quelli europei. In Bolivia è più facile crescere, e il Cile ha  imprese, gruppi economici e università con posizioni di testa in America Latina. Direi che il caso cileno assomiglia più ai gilet gialli che alla Bolivia”. Ma il modello economico lasciato da Pinochet in Cile è comunque arrivato al capolinea? “In realtà in 30 anni era stato già trasformato. Tutti i governi che si sono succeduti hanno immesso crescenti dosi di socialdemocrazia. Anche quello di Piñera. I nostri sistemi scolastico, sanitario e del lavoro assomigliano molto più a quelli dell’Europa che non degli Stati Uniti. E la trasformazione sta aumentando, con l’aumento delle tasse ai ricchi. Si introdurrà molta più solidarietà nel sistema pensionistico, si alleggerirà la carica di debiti degli studenti universitari”.

 

 

Qualcuno sostiene che proprio l’aumento della pressione fiscale del governo di Michelle Bachelet ha azzoppato la crescita e creato le condizioni per la protesta… “La gente infatti le ha voltato le spalle perché voleva più crescita, e ha votato Piñera. Ma adesso la gente si ribella, e rimpiange la Bachelet. Anche elettori di destra. In realtà il problema è di recessione mondiale, con la Cina che ha fortemente rallentato la sua crescita. Comunque Piñera per rispondere alla protesta ha preso misure molto più radicali di quelle della Bachelet”. Di cui si dice che finiranno per azzoppare la crescita economica definitivamente. “Non è detto. In realtà i danni all’economia per la protesta ci sono stati, ma inferiori a quanto temuto.  Io direi che l’economia cilena, la società cilena, il sistema politico cileno, hanno mostrato molta più resilienza di quanto non ci si sarebbe potuto immaginare”. 

 

Il '68 era stato definito dai sociologi come la "rivoluzione delle aspettative crescenti". “Esattamente quello che sta succedendo adesso in Cile. La differenza è che allora c’era romanticismo e ora c’è nichilismo. Allora erano gli intellettuali che guidavano. Adesso i social”. È stato osservato che in tutto il mondo la mobilitazione via social non avendo leader rende più difficile la repressione, ma anche il successo. “Esatto, Non c’è più un modello alternativo da costruire, come poteva essere nel ’68. Per questo è utile suscitare un dibattito attraverso questo processo costituente”. E comunque era arrivato il momento di cambiare la costituzione ereditata da Pinochet. O no? “In realtà già nel 2005 Ricardo Lagos poteva dire: abbiamo raggiunto la soglia oltre la quale questa costituzione può essere definita democratica” (Il socialista Lagos era stato eletto presidente con Tironi come capo della campagna elettorale). “Però la costituzione è diventata un feticcio polemico. C’è l’illusione che cambiando la costituzione miglioreremo tutto”. E non è così? “Cambiare la costituzione potrà avere un grosso impatto simbolico, potrò aiutare le nuove generazioni a sentirsi protagoniste dell’avvenire e potrà precisare alcuni temi che la costituzione attuale ignorava. Alcuni limiti alla sovranità popolare, i diritti degli indigeni, l’acqua, la decentralizzazione, l’ambiente. Ma gran parte delle sfide resteranno da affrontare anche dopo aver cambiato la costituzione”.      

Maurizio Stefanini

Romano, classe 1961, maturità classica, laurea in Scienze Politiche alla Luiss, giornalista dal 1988. Moglie, due figli. Free lance impenitente, collabora col Foglio dalla fondazione. Di formazione liberale classica, corretta da radici contadine e da un'intensa frequentazione del Terzo Mondo. Specialista in America Latina, Terzo Mondo, movimenti politici comparati, approfondimenti storici. Ha pubblicato vari libri, tra cui “I nomi del male”, ritratto dei leader dell’asse del Male, "Ultras - Identità, politica e violenza nel tifo sportivo da Pompei a Raciti e Sandri", "Da Omero al rock. Quando la letteratura incontra la canzone" e ultimo "Alce Nero un «beato» tra i Sioux". Parla cinque lingue; suona dieci strumenti (preferito, fisarmonica).

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