Addio al sultano Qaboos, il mediatore discreto del medio oriente

Rolla Scolari

Ha guidato per 49 anni l’Oman. E con una sapiente politica estera di neutralità è riuscito a far parlare tanti nemici. La continuità nella scelta del successore

È inusuale in medio oriente che la morte di un sovrano assoluto non precipiti il paese nel caos. E, benché il sultano fosse malato da anni, è altrettanto inusuale che la scelta del successore sia condivisa dalla famiglia reale senza faide di palazzo, e resa nota in poche ore al mondo. D'altronde, l'Oman del sultano Qaboos bin Said Al Said, morto a 79 anni, è nella regione un paese inusuale proprio a causa dell'uomo che lo ha guidato per 49 anni. 

 

L'Oman è conosciuto per le sue spiagge, le sue montagne, i suoi deserti, i mercati di spezie. Ci si va in vacanza senza timori di possibili conflitti improvvisi, nonostante i titoli di giornale ansiosi sugli avvenimenti nei paesi vicini, dall'Iran all'Arabia Saudita, perché da decenni il sultanato vive in pace e in discreta prosperità. Eppure, la sapiente politica estera di neutralità del sultano Qaboos ha reso la nazione di appena quattro milioni di abitanti anche un attore attivo nella risoluzione di conflitti e nella mediazione. La sua azione diplomatica, in un momento delicato come quello attuale, dopo l'uccisione da parte dell'America del generale delle Guardie rivoluzionarie iraniane Qassem Suleimani, potrebbe essere richiesta come accaduto in passato. Ed è anche per questo che cresce in queste ore la curiosità nei confronti delle posizioni del suo successore, il cugino Sayyid Haitham bin Tariq Al Said, o più semplicemente il nuovo sultano Haitham.

 

L'èra del sorridente e mite Qaboos è iniziata con un atto di forza: un colpo di Stato da lui guidato - e sostenuto dal Regno Unito - contro il sovrano di allora, il suo stesso padre: Said bin Taymur. Era il 1970, l'Oman era un paese ricco di petrolio ma senza infrastrutture, senza scuole e strade, una nazione divisa da faide tribali e affievolita da un conflitto intestino al sud, nella regione da sempre ribelle del Dhofar, al confine con lo Yemen. Il giovane Qaboos aveva allora 29 anni, sei passati confinato nel palazzo di Salalah, sua città natale proprio del Dhofar, a causa dei disaccordi con il padre, molti trascorsi prima in Gran Bretagna, a studiare alla Royal Military Academy Sandhurst.

 

In sei anni, con l'aiuto della Giordania, del Regno Unito e dell'Iran, il nuovo sultano doma la rivolta e placa il conflitto nell'inclusione, aprendo la giovane amministrazione anche agli ex leader ribelli, mettendo così le basi di un'unità che ha rafforzato un'identità nazionale. Per questo, nonostante il consenso sul nome del successore, sarà oggi difficile sostituire la figura di Qaboos, stimato dalla popolazione e considerato un padre della patria. Negli anni successivi alla sua ascesa, il sovrano ha investito la rendita petrolifera per modernizzare il paese, potenziare le infrastrutture, costruire il sistema scolastico, dare spazio alla cultura. Ha aperto l'Oman alle relazioni con la comunità internazionale, con l'ingresso all'Onu e alla Lega araba. Se Qaboos ha in quattro decenni di regno guidato un paese alla modernizzazione – nel 2010, Il Programma delle Nazioni Unite per lo sviluppo ha classificato l'Oman su 135 nazioni come quella con maggior sviluppo socio-economico negli ultimi 40 anni - restava comunque il sovrano assoluto di un regno senza partiti, senza libertà di stampa o d'espressione, sebbene nel 2003 avesse introdotto il voto per eleggere un consiglio consultivo e nel 2011, quando le rivolte arabe contagiavano il Golfo, avesse aperto a riforme sociali ed economiche.  

 

Tra i successi del sultano c'è quello di aver dato una politica estera indipendente a una nazione in una posizione geografica strategica: su quello stretto di Hormuz che separa i paesi sunniti del Golfo dall'Iran sciita e attraverso il quale passa un terzo del commercio marittimo di petrolio e un quarto di quello di gas liquefatto. A rendere l'Oman un attore con un peso nella regione è stata la scelta di neutralità messa in campo fin dal 1979, anno della Rivoluzione islamica in Iran, dal sultano Qaboos. Da allora, dalla crisi degli ostaggi americani dell'ambasciata, Washington e Teheran parlano spesso attraverso Muscat. Il paese è rimasto neutrale anche tra il 1980 e 1988, durante la guerra tra Iran e Iraq; nel 2013 ha ospitato colloqui segreti che hanno portato nel 2015 alla firma dell'accordo nucleare tra Iran e comunità internazionale; il governo omanita ha deciso di stare fuori da crisi regionali come quella tra i potentati del Golfo che ha creato nel 2017 un conflitto diplomatico tra Emirati e Arabia Saudita da una parte e Qatar dall'altra, e non partecipa alla coalizione regionale che combatte in Yemen. Ha però svolto un ruolo di mediazione in quella guerra, nel 2018, quando ha permesso colloqui tra gli Houthi, gruppo armato sciita sostenuto dall'Iran, e sauditi ed emiratini. Lo stesso anno, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha visitato Muscat: si è trattato di una prima assoluta, un'apertura inedita di una nazione arabo-islamica nei confronti di un leader israeliano. 

 

Ora, con la morte di Qaboos è proprio questa posizione di neutralità, la capacità del regno di porsi come mediatore nelle dispute regionali a essere messa in dubbio. In realtà, come ci spiega Camille Lons, ricercatrice all'International Institute for Strategic Studies, la veloce investitura del successore, il sultano Haitham, “rappresenta una precisa scelta di continuità”. Si tratta di un nome che era nella lista dei possibili “eredi” di Qaboos, non sposato e senza figli. “L'ex ministro della Cultura, che ha ricoperto diversi posti all'interno del ministero degli Esteri, conosce bene sia il palazzo sia le dinamiche diplomatiche della regione. Il fatto che, a differenza degli altri possibili candidati, non abbia un background militare, rinforza la volontà del paese di mantenere il suo ruolo di mediatore”.

 

La successione è stata veloce perché da tempo si conosceva lo stato di salute precario del sultano – anche se i dettagli sulla sua malattia non sono mai stati resi pubblici – e perché, spiega Lons, l'Oman “temeva che potenze straniere, come Emirati e Arabia Saudita, potessero sfruttare un momento di dubbio ed esitazione per intromettersi nella scelta del nuovo sultano. Gli altri paesi del Golfo hanno una relazione ambigua con l'Oman: a volte lo criticano perché non è in linea con loro ma sanno anche bene il valore delle sue capacità di negoziato, come accaduto in Yemen”.

 

Tuttavia, è proprio la relazione con i vicini del Golfo a impensierire il palazzo di Muscat. Se c'è un'area di possibile instabilità che preoccupa la famiglia reale è la regione storica yemenita di al Mahra, al confine con l'Oman meridionale. È una zona, ci spiega Cinzia Bianco dello European Council on Foreign Relations, “dove gli Emirati avevano tentato di allargare la propria sfera di influenza. Poi è arrivata l'Arabia Saudita, prendendo il loro posto. Questo preoccupa gli omaniti, perché al Mahra era una loro area d'influenza: la consideravano una specie di zona cuscinetto proprio sul confine con il Dhofar”, il governatorato in cui c'è stata la guerra civile negli anni Settanta, “regione ancora delicata, politicizzata” e dove tutto è iniziato: sia la storia personale sia quella politica del sultano Qaboos.  

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