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Test d’attacco

I 700 razzi da Gaza anticipano la “strategia della saturazione” per aggirare le difese di Israele

6 Maggio 2019 alle 19:50

Test d’attacco

Roma. Sabato e domenica ci sono stati bombardamenti incrociati e molto intensi tra la Striscia di Gaza e il sud di Israele che sono finiti alle quattro e mezza di mattina di lunedì grazie a una tregua mediata dall’Egitto. In questo scontro militare ci sono numeri che colpiscono, ma prima ricapitoliamo cosa è successo. Due fazioni palestinesi, Hamas e il Jihad islamico, hanno lanciato 690 missili verso i centri abitati israeliani più vicini e hanno ucciso quattro persone, l’aviazione di Israele ha bombardato 350 obiettivi militari dentro la Striscia e ha ucciso 23 persone, di cui nove appartenenti alle fazioni palestinesi secondo la loro rivendicazione. La morte di una donna e delle sue due bambine dentro la Striscia è stata attribuita dai palestinesi all’aviazione israeliana, che però risponde che la colpa è di un razzo palestinese che si è schiantato molto prima di superare la barriera di confine.

   

Al confine con la Striscia gli israeliani hanno piazzato il sistema Iron Dome che vede i razzi palestinesi partire e in tempi brevissimi reagisce e calcola la loro traiettoria: se il razzo è destinato a cadere in un’area vuota lo lascia passare, se invece c’è il rischio che cada in una zona abitata allora il sistema spara un contromissile che intercetta il razzo e lo distrugge in volo. Ieri sono circolati molti filmati di queste intercettazioni, che talvolta avvengono a grappoli e sono visibili da molto lontano, soprattutto nel cielo notturno: cinque, sei, sette razzi sono colpiti quasi nello stesso tempo mentre sono a metà traiettoria. Secondo la Difesa israeliana, Iron Dome ha intercettato 240 razzi in due giorni. Secondo un dato che risale a domenica pomeriggio quando il numero di razzi sparati dai palestinesi era circa 500, il sistema non è riuscito a intercettare circa il sei per cento dei razzi che avrebbe dovuto fermare.

  

Da qualche tempo gli strateghi israeliani parlano di una cosiddetta “strategia della saturazione” che i loro nemici vogliono adottare per aggirare l’ombrello missilistico. In breve: se spari molti razzi c’è la possibilità che Iron Dome non riesca a intercettarli tutti e quindi aumentano la possibilità che i razzi colpiscano i centri abitati. E in effetti il numero dei razzi sparati è molto cresciuto. Durante l’ultima guerra tra Hamas e Israele nel 2014 in cinquanta giorni i razzi furono circa 4.500 e invece soltanto sabato e domenica sono stati quasi 700. Nella guerra del 2006 tra Israele e il gruppo libanese Hezbollah in 34 giorni di guerra i missili e razzi sparati furono circa 4.000, che sono molti di più se si fa la media giornaliera ma sono ancora lontani dal ritmo visto a Gaza in due giorni.

   

A volte, come spiega Yaakov Amidror, un ex ufficiale del centro di ricerca dell’intelligence militare, al Jerusalem Post, Iron Dome si trova in difficoltà con i lanci ravvicinati. Altre volte, succede che fa passare dei razzi che sono destinati a cadere in un’area non abitata che però colpiscono lo stesso qualcuno – com’è successo in questo fine settimana di scontri a una macchina israeliana. Sia Hamas e il Jihad islamico al confine sud sia Hezbollah al confine nord, quello con il Libano e con la Siria, si preparano da tempo a questa tattica per bucare la protezione. Hamas ha accumulato ventimila razzi, ma il fronte più pericoloso è quello di Hezbollah, che ha scorte stimate di circa 130 mila missili, più potenti e precisi degli ordigni della Striscia (fonte: il sito specializzato Missile Threat, del think tank Csis con sede a Washington, nel 2018). I missili di Hezbollah hanno la gittata per raggiungere le città israeliane.

  

Questo spiega perché Israele considera l’allargamento di Hezbollah in Siria, la presenza degli iraniani e la trasformazione del vicino a nord come una minaccia che il sistema di protezione Iron Dome non basta a smorzare e spiega anche tutte le conseguenze di questa situazione: i raid aerei molto frequenti in Siria, la diplomazia con i russi, lo stato di tensione permanente. La fiammata di quarantott’ore a Gaza, quindi a sud, è una tragedia per le persone coinvolte ma è anche un test per quello che potrebbe succedere a nord.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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