Le linee rosse che l'Europa deve rispettare contro l'antisemitismo in crescita

Daniel Mosseri

I risultati dei lavori della European Jewish Association

Bruxelles. Ottant’anni dopo una delle crisi peggiori, il malato non è ancora in remissione. Anzi, le ricadute sono cicliche né i dottori sembrano molto capaci. Il malato è l’Europa e il male è l’antisemitismo, così difficile da estirpare sia per mancanza di volontà sia perché si tratta di un virus antico e versipelle. Un male capace di infettare in primis chi sostiene di amare gli ebrei, salvo odiare Israele, che degli ebrei è lo stato. Nell’ottantesimo anniversario della Kristallnacht – eufemismo che rimanda a vetrine in frantumi ma i morti ammazzati furono centinaia – l’allarme per una volta viene dalla Francia. “Dopo essere calati per due anni, gli atti di odio antiebraico sono aumentati del 69 per cento nei primi otto mesi del 2018”, ha twittato il primo ministro Edouard Philippe. Citando le esortazioni di Elie Wiesel a combattere l’indifferenza, Philippe ha annunciato la creazione di una commissione contro l’odio online. I social media si confermano i vivai più fertili per la diffusione di contenuti antisemiti e anche l’ultimo rapporto della FRA, l’Agenzia Ue per i diritti fondamentali, raccomanda a molti paesi, Italia inclusa, di istituire un meccanismo coerente di raccolta dei dati per registrare sistematicamente gli episodi di odio razzista e di applicare le sanzioni pertinenti.

 

In questi giorni un’iniziativa di rilievo è partita anche dal basso. Presieduta dal rabbino Menachem Margolin, la European Jewish Association – sigla delle principali organizzazioni ebraiche attive sul continente – ha lavorato per due giorni a Bruxelles alla stesura di alcune “linee rosse” dai presentare ai partiti politici in lizza alle europee di giugno 2019. Il principio ispiratore è semplice: anziché commemorare i morti di ieri e prepararsi a piangere quelli di domani, l’Europa garantisca la vita ebraica sul suo territorio. Una necessità resa ancora più forte dall’arrivo di centinaia di migliaia di cittadini extra Ue. Persone che, ha ricordato il rappresentante della Commissione Ue contro l’antisemitismo Katharina von Schnurbein, presente ai lavori dell’Eja, “devono riconoscere che la vita ebraica è una componente dell’Europa, a prescindere dal conflitto israelo-palestinese”. Colpisce poi una premessa dell’Eja: “Così come sono le donne a definire cosa costituisce molestia sessuale e ai neri dire cosa sia il razzismo, agli ebrei deve essere permesso di definire l’antisemitismo”. Premessa lapalissiana quanto necessaria in un’Europa affetta da un corbinismo che, non pago di essere antisionista, pretende di dire agli ebrei a che età debbano circoncidere i loro figli o se possono mangiare carne kasher.

 

Le linee rosse stilate dall’Eja chiedono l’esclusione dai governi dei partiti che sostengono l’antisemitismo secondo la definizione dell’Ihra e risoluzioni vincolanti contro il Bds. Un obiettivo realistico: in Francia le discriminazioni contro l’origine nazionale delle persone sono vietate dall’articolo 225 del codice penale, “il che ci permette un maggiore ricorso all’autorità giudiziaria”, ha ricordato al Foglio il presidente degli universitari francesi ebrei Sacha Ghozlan. Se la Francia farà scuola ci sarà da essere ottimisti. Eppure nel corso di un incontro al Pe, la delegazione Eja ospite del deputato italiano Stefano Maullu (FI) ha sentito il deputato slovacco Boris Zala (Pse) dire “negli ultimi decenni la Chiesa cattolica ha dovuto fare tante rinunce in nome del rispetto dei diritti dell’uomo: le comunità ebraiche si preparino a fare altrettanto”. L’Eja chiede anche che in ogni stato sia istituito un rappresentante speciale contro l’antisemitismo. “E’ una questione di efficacia della nostra azione”, ci ha spiegato Margolin. “Non possiamo rivolgerci al ministero della Sanità per le circoncisioni, alla Cultura per i libri di testo negazionisti, agli Interni per l’odio online e moltiplicare tutto per 28 paesi”. Un endorsement indiretto all’Eja, ossia a un impegno di partiti e di governo contro l’intolleranza è giunto da von Schnurbein: “Non si può demandare alle sole comunità ebraiche la cura della propria sicurezza”.

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