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Io ballo da sola

La May affossa gli avvoltoi del suo partito a passo di danza. Ora si torna a parlare seriamente di Brexit

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

3 Ottobre 2018 alle 19:38

Io ballo da sola

Theresa May sale sul palco della conferenza Tory sulle note degli Abba (foto LaPresse)

Milano. E anche quest’anno è andata, Theresa May è arrivata alla conferenza del suo partito, i Tory britannici, soffocata dalla consueta aria di golpe che ormai respira ogni giorno, ed è uscita ancora in piedi, ancora leader, ancora premier. Si è concessa un ballo dei suoi, goffi e sgraziati, sulle note di “Dancing Queen” degli Abba, lei che non è regina e che non sa danzare, come ultimo, umanissimo sberleffo a chi lavora indefesso da anni per affossarla e non ci riesce mai. La vita politica della May non è lunga, lo sa lei prima di tutti gli altri, è un premier nato con un conto alla rovescia appiccicato addosso, nella stagione più disastrosa del Regno Unito: non può uscirne bene. Ma forse ne uscirà meglio del branco di golpisti che le sta alle calcagna, tanto rabbioso quanto inefficace, e certo ne uscirà meglio di tutti quelli che a quel branco danno spazio, visibilità, voce, come se davvero la caduta della May fosse la soluzione ai guai che il Regno Unito e l’Europa intera devono affrontare.

 

Il golpe è stato per ora sventato, ancora una volta, forse perché la May è più forte di quanto si pensi, o più probabilmente perché le alternative che ci sono paiono talmente poco credibili – uomini in mutande nei campi, letteralmente – che si resta con chi c’è già. E’ un’altra versione dell’immobilismo che ha colto la Gran Bretagna, che continua a girare a vuoto sulle sue fratture senza riuscire a fornire, nemmeno a intravedere, una via d’uscita. Sarà il tempo, che è poco e che non concede più troppe deviazioni, a dare lo spintone finale, e a oggi questo spintone pare parecchio doloroso. La May nel suo discorso di ieri a Birmingham ha cercato di dare una prospettiva al proprio mandato, annunciando la fine dell’austerità dopo dieci anni di politiche del rigore e attaccando il partito rivale, il Labour di Jeremy Corbyn, pronto a sfasciare quel che è stato costruito in questi anni. Poi ovviamente c’è la Brexit.

  

Al momento il governo di Londra è fermo – in realtà ha camminato per mesi per arrivare fin qui – al piano dei Chequers, approvato dai ministri nel mezzo dell’estate, presentato all’Unione europea che lo ha recentemente affossato. La May è disposta a negoziare i Chequers ma rifiuta – lo ha fatto anche ieri – il modello norvegese o canadese che propongono, per semplificare, gli europei. Se non si supera questo stallo, il rischio di un non accordo diventa concreto: tutti i piani alternativi proposti in questi giorni dai golpisti contengono parecchi elementi di infattibilità e in ogni caso hanno il problema che difficilmente riusciranno a diventare materia di negoziato con Bruxelles. Cioè sono delle proposte, di fatto, per un no deal. L’altro paradosso è che anche il no deal implica una serie di nuovi accordi: non ci sarà un deal onnicomprensivo, ma tanti piccoli deal su ogni materia. Centinaia di negoziati per evitarne uno, che affare.

   

Ora quindi al Regno restano due alternative: negoziare i Chequers con gli europei, che nel frattempo si sono stufati e che quindi vanno ricondotti, con le buone, al tavolo da cui si sono alzati in malo modo all’ultimo vertice di Salisburgo. O indire un nuovo referendum, come vuole il mondo del People’s vote, che non sia soltanto una decisione sull’accordo negoziato o non negoziato, ma che comprenda anche la domanda fatale: la volete ancora, la Brexit? Chi chiede il referendum sta raccogliendo consensi e ha trovato uno slogan sensato: la Brexit migliore è la non Brexit, perché ormai è chiaro che il problema della Brexit non è se è morbida, dura, liberale, equa, bianca o chissà cos’altro. Il problema della Brexit è la Brexit stessa. Il piano della May asseconda il volere popolare del 2016, ma resta l’opzione del ribaltone finale, con un referendum che annulli l’accordo e riprenda il polso degli inglesi sulla questione europea. In entrambi i casi, non ci sono piani B allo studio, e una volta che dovesse collassare il lavoro diplomatico fatto fino a ora si può solo sperare in un allungamento dei tempi dell’articolo 50, che legalmente è possibile e che all’Ue potrebbe anche non dispiacere, visto che a maggio ci sono le elezioni europee che già tengono col fiato sospeso tutto il continente. Nell’attesa, i golpisti dovrebbero mettersi il cuore in pace, ma non lo faranno. C’è già una mozione di sfiducia che sta circolando tra i parlamentari conservatori: è stata formulata mentre la May ballava gli Abba, con quel tempismo che soltanto gli autoboicottaggi più sciagurati riescono ad avere.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica europea, inglese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, “Cosmopolitics”, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Di recente la storia d'amore di cui si è occupata con cadenza settimanale è quella con l'Europa, con la newsletter e la rubrica “EuPorn – Il lato sexy dell'Europa”. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante. @paolapeduzzi

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    04 Ottobre 2018 - 15:04

    La May dovrebbe fare una sola cosa: indire un nuovo referendum perché la Brexit danneggia la Gran Bretagna, non ci sono dubbi.

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