L’isola al centro del mondo

Manlio Graziano

Pubblichiamo stralci del saggio “L’isola al centro del mondo” (il Mulino, 385 pp., 19 euro) di Manlio Graziano, docente di Geopolitica e Geopolitica delle religioni alla Sorbona, a Hec e al Geneva Institute of Geopolitical Studies.

 


  

Se l’identità politica degli Stati Uniti ha assunto contorni ben definiti sul filo dell’eccellenza economica del paese, non altrettanto si può dire della sua identità geopolitica. In Europa, un processo di selezione storico-naturale durato parecchi secoli ha permesso ad alcune regioni di emergere come nucleo territoriale di future unità statali dai contorni geografici più o meno chiaramente identificabili sulla mappa. Non è così per gli Stati Uniti, nati dalla colonizzazione di una regione abitata per millenni da popolazioni totalmente diverse, popolati da coloni le cui radici si trovavano a 3 mila miglia di distanza e che nel corso del loro sviluppo ulteriore hanno ignorato ogni limite, non si sono posti alcun obiettivo finale di demarcazione ideale e hanno proseguito la loro espansione al di là delle loro frontiere politiche. Da quell’insieme di circostanze è nato il concetto di frontier, cioè, come scrive Michel Foucher, di un’“area di prossimità da integrare”, di “spazio aperto alla conquista o, in termini moderni, all’influenza”. Ma la concezione della frontier si alterna e talvolta si combina con quella dell’isola: il sogno di un territorio politicamente coerente e coeso, dai limiti inequivocabili e protetti, che gli oceani separano provvidenzialmente dalle incomprensibili beghe e dagli invidiosi appetiti degli europei. Espansionismo e isolazionismo sono i due estremi, non necessariamente contraddittori, di tutta la politica estera degli Stati Uniti.

 

Ma fare delle credenze popolari la piattaforma politica di governo e per di più cercare di applicarla può portare a decisioni autolesioniste

Rendere l’America “great again” non significa ritornare al passato, ma riprendersi qualcosa che è stato indebitamente sottratto

Il loro ordine di grandezza è mutato nel tempo. Ciascuna delle Tredici colonie, e tutti gli Stati che si sono aggiunti, hanno sempre vantato una identità specifica pronta a richiudersi su se stessa; e, a volte, il loro patriottismo locale ha fatto premio sul patriottismo nazionale. La concezione nazionale americana, d’altro canto, proprio perché priva di radici territoriali, si è dimostrata sufficientemente elastica da lasciar intravedere una vocazione all’espansione indefinita: fin dal 1785, per John Adams era chiaro che “il Canada e la Nuova Scozia devono essere nostri”, come era chiaro per Thomas Jefferson, fin dal 1786, che “la nostra confederazione deve essere vista come il punto di partenza dal quale tutta l’America, del Nord e del Sud, sarà popolata”. Il nome stesso di “Stati Uniti d’America” non autorizza dubbi quanto alla loro vocazione unitaria e continentale, ma lascia del tutto aperta la questione di quanti e quali debbano esserne gli Stati. Quando O’Sullivan evocava l’espansione nel “continente affidatoci dalla Provvidenza”, il riferimento geografico era volutamente vago; lo era meno per il segretario di Stato William Seward (protagonista dell’acquisto dell’Alaska nel 1867), secondo cui “la futura capitale dell’America del nord sarà Città del Messico”; non lo era per niente, invece, per il segretario di Stato Richard Olney che, nel 1895, parlando dell’America del sud, non aveva remore ad ammettere che “oggi gli Stati Uniti sono praticamente sovrani in questo continente”. A quel movimento plastico hanno contribuito diversi fattori. Innanzitutto un ciclo di produzione e riproduzione del capitale sempre più allargato che ha determinato la creazione di una ricchezza quasi costantemente eccedentaria rispetto ai limiti fisici e politici del paese. Fin dalla cessione inglese dei territori a ovest degli Appalachi, molti coloni avevano intrapreso la marcia verso l’interno per far fruttare al meglio i capitali accumulati sulla costa e spesso diventati ridondanti, cioè privi di impieghi sufficientemente remunerativi. In fondo, tutta la storia di quel particolare fenomeno economico che sarà poi chiamato “imperialismo” ripete instancabilmente quello stesso schema, seppur su scala diversa: dai farmers americani del Settecento fino ai grandi gruppi capitalistici cinesi degli inizi del XXI secolo.

 

L’idea secondo la quale gli Stati Uniti incarnerebbero un destino eccezionale è stata il versante ideologico di quel movimento: non essendovi precedenti alla esperienza “unica” e “provvidenziale” degli Stati Uniti, il paese beneficerebbe di una sorta di “deroga” che lo autorizza a comportarsi diversamente da tutti gli altri, sia quando si espande che quando si chiude in se stesso. Questa idea è stata declinata in vario modo: come dovere morale di proporre o addirittura di esportare il proprio modello (tesi condivisa tanto dal cosiddetto internazionalismo liberal quanto dai neo-conservatori); come diritto naturale di conquista sancito dalla superiorità morale e/o economica (tesi supportata dalle correnti dette “imperialiste”, da James Monroe a Theodore Roosevelt, passando per Walt Whitman e Alfred Mahan); come, infine, diritto a ritirarsi dal mondo quando esso appare troppo distante dal modello ideale di virtù, o troppo complesso, e piantare con risoluto cipiglio la bandiera dell’“America first”. Nessuna di queste declinazioni dell’eccezionalismo applicato alla politica estera si è mai manifestata in forma pura, separatamente dalle altre. Anche quando l’interventismo era il sentimento dominante (durante la “guerra fredda”, per esempio, o dopo l’11 settembre), o quando invece dominava l’isolazionismo (dopo la Prima guerra mondiale, per esempio), gli Stati Uniti hanno continuato a mescolare i colori della loro tavolozza ideologica. Se l’idealismo resta, a detta di tutti, il tratto nettamente dominante della politica estera americana, e il realismo una rara eccezione, la storia geopolitica degli Stati Uniti narra soprattutto di una prassi freddamente realista infiocchettata da una pletora di valori eccelsi e magniloquenti idealità.

 

L’istinto dell’isolamento

Kissinger definisce l’isolazionismo americano “istintivo”; per Braudel, si tratta di “uno dei tratti fondamentali degli Stati Uniti”: il mondo esterno “s’impone a essi come una serie di problemi nuovi, di solito spiacevoli. Spontaneamente, ne farebbero volentieri a meno”. Ma l’isolazionismo è anche un gigantesco qui pro quo, dovuto al pessimo rapporto che l’ideologia americana intrattiene con la storia. Privi di retroterra storico ed educati nella convinzione di incarnare principi universali ed eterni, gli americani (o almeno una gran parte di essi) hanno sempre considerato la storia come un’astrazione priva di rilevanza. Principi, valori, concetti, ma anche abitudini e atteggiamenti sociali che hanno dato buona prova di sé a un certo punto del loro passato vengono assolutizzati e assurti a una dimensione atemporale. Nello specchio deformante della coscienza americana, rendere l’America “great again” non significa ritornare indietro nel passato, ma riprendersi qualcosa che è stato indebitamente sottratto. Gli americani metastorici non vedono perché il protezionismo, che ha costituito la politica economica principale del paese per quasi un secolo e mezzo e ha portato crescita e prosperità, non dovrebbe garantire crescita e prosperità in qualunque momento e in qualunque circostanza.

 

Per l’isolazionismo vale la stessa cosa. Da quando il loro paese è nato e fino a quando sono diventati la prima potenza industriale mondiale, negli anni 1880, gli americani hanno avuto l’impressione di vivere isolati dal resto del mondo grazie alla protezione fisica garantita dagli oceani e grazie alla immensità del territorio che forniva loro tutte le risorse necessarie. Nell’astrazione atemporale dell’ideologia americana, quella condizione particolare è stata assolutizzata e metabolizzata come una ricetta valida per tutte le stagioni. E che scatta come riflesso condizionato nei momenti in cui gli americani si sentono sotto la minaccia di un pericolo esterno imminente: Charles Kupchan ricorda che la risposta iniziale agli attentati dell’11 settembre furono la chiusura delle frontiere terrestri col Messico e col Canada, la sospensione del traffico aereo e il pattugliamento delle coste con navi da guerra e aerei da caccia. Nel 1920, il “return to normalcy” proposto dal candidato Warren Harding agli elettori era precisamente la promessa di tornare all’epoca d’oro in cui gli Stati Uniti se ne stavano come su un’isola al riparo da quello che fu definito il “marcio, corrotto e infido sistema delle transazioni internazionali”. Un’epoca che ai loro occhi costituiva, per l’appunto, la “normalità”, la condizione “naturale” del paese, di cui l’intervento nella guerra europea era stata una mostruosa parentesi da chiudersi al più presto. Secondo George Kennan, l’isolazionismo degli anni 1920 partiva da premesse sbagliate: il senso di sicurezza degli americani lungo tutto l’Ottocento, infatti, non era stato un puro prodotto locale, ma “aveva i suoi fondamenti completamente al di fuori del nostro continente”, e precisamente nella protezione offerta dalla flotta inglese almeno a partire dal 1823, anno in cui il presidente James Monroe formulò la sua celebre dottrina. Si può aggiungere che fu solo parzialmente un isolazionismo, non foss’altro che per i legami creati dai crediti contratti dalle potenze europee con gli Stati Uniti durante e dopo la guerra. D’altronde fu solo parzialmente un “return to normalcy”. Nella normalcy dell’Ottocento, non solo la flotta di sua maestà aveva protetto le coste americane, ma queste erano rimaste costantemente aperte ai flussi di immigrazione che avevano contribuito in maniera decisiva a “make America great”. Negli anni 1920, invece, le porte furono chiuse con i due interventi legislativi del 1921 e del 1924, i movimenti razzisti e xenofobi presero una nuova importanza, affiancati e sostenuti da una massiccia campagna anti sovversione, intensificatasi all’indomani della Rivoluzione russa. L’esecuzione nel 1927 dei due anarchici Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti, sette anni dopo il loro arresto per una rapina che non avevano commesso, rappresenta il simbolo delle persecuzioni di quel periodo. Il “return to normalcy”, come pure l’idea di fare l’America “great again”, sono ovviamente delle assurdità, o degli espedienti elettorali privi di spessore concreto. Ma diventano realtà nel momento stesso in cui i loro proponenti e/o i loro recipienti vi credono per davvero. E qui sta una delle fragilità principali della potenza americana: una cosa è far leva sulla credenza popolare nella superiorità morale del paese allo scopo di raggiungere obiettivi che sono nell’interesse nazionale ma che non si potrebbero raggiungere se si agisse solo in nome di esso; altra cosa è fare delle credenze popolari la piattaforma politica del governo e, per di più, cercare di applicarla. Come scrive Henry Kissinger, “un leader che confina il proprio ruolo all’esperienza del suo popolo si condanna all’inazione; un leader che si distacca dall’esperienza del suo popolo corre il rischio di non essere compreso”.

 

L’isolazionismo degli anni 1920 fece più, e peggio, che condannare il paese alla stagnazione: gli fece perdere l’occasione di diventare la potenza egemonica mondiale, capace cioè di orientare le relazioni internazionali in suo favore (un errore che i dirigenti americani del secondo dopoguerra non ripeterono). Ma non solo: la Società delle Nazioni fu un fiasco colossale proprio perché gli Stati Uniti, dopo averla promossa non ne fecero mai parte; se alcuni storici imputano l’affermazione del fascismo in Germania almeno in parte alla debolezza del sistema internazionale, allora, per proprietà transitiva, gli Stati Uniti hanno certe responsabilità (che diventano responsabilità certe se vi si aggiunge la crisi del 1929). E d’altronde, quello fu uno degli argomenti impugnati da Franklin Roosevelt tra il 1938 e il 1941 per svincolarsi dalla morsa isolazionista: quando gli Stati Uniti si ritirano dal sistema internazionale, sono prima o poi costretti a ritornarvi precipitosamente per rimettervi ordine, per non essere travolti dal suo crollo. Per Fernand Braudel, anche i drastici limiti posti all’immigrazione hanno contribuito alla degenerazione politica degli anni 1930: “Non vi è forse evento più catastrofico per il mondo e per l’Europa stravolta e disperata [...] una valvola di sicurezza è stata eliminata”. Sotto l’incantesimo dell’eccezionalismo non stemperato da alcun calcolo politico, offuscati dall’ideologia o dalla fede inconcussa nella loro superiorità morale, gli Stati Uniti hanno preso alcune delle decisioni più funeste e più autolesioniste della loro storia: hanno imboccato la disastrosa strada dell’isolazionismo negli anni 1920 e 1930, hanno perso la possibilità di diventare l’alleato principale della Cina negli anni 1940, hanno perso la possibilità di diventare la potenza amica del Medio Oriente negli anni 1950, e hanno regalato Cuba all’influenza russa negli anni 1960, il tutto senza alcuna ragione geopolitica apparente.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.