L’Ue che si inchina ai governi populisti

David Carretta

Bruxelles. La Commissione europea ha abdicato a quelle che dovrebbero essere le sue competenze di guardiano dei trattati di fronte al caso della Diciotti e di altre navi con migranti salvati in mare, a cui l’Italia ha vietato di sbarcare nei suoi porti durante l’estate. Ma, contrariamente a quanto affermano il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e il ministro dell’Interno Matteo Salvini, la colpa dell’esecutivo comunitario non è non voler “battere un colpo”. Oggi la Commissione presiederà una riunione informale con gli sherpa di 12 paesi (Italia, Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Lussemburgo, Olanda, Belgio, Malta, Grecia e Irlanda, oltre all’Austria che ha la presidenza di turno del Consiglio dell’Ue) per discutere di sbarchi, centri sorvegliati per migranti e riforma della politica di asilo. L’obiettivo è “intensificare il lavoro proattivo per cercare una soluzione durevole di lungo periodo” sulla questione migranti, hanno spiegato i portavoce della Commissione. Nel frattempo, l’esecutivo comunitario si è speso per trovare soluzioni ad hoc ai singoli episodi come quello della Diciotti. Sin da domenica sera, su richiesta dell’Italia, la Commissione si è attivata per chiedere ad altri stati membri di accogliere una parte dei 177 migranti salvati dalla Diciotti e permettere così lo sbarco dalla nave. “I contatti sono ancora in corso”, ha detto ieri un portavoce. Ma la Commissione si trova davanti a governi sempre più reticenti a cedere alle richieste italiane per il timore di alimentare altri ricatti. Molto di più di una “moral suasion” non può fare, visto che i capi di stato e di governo al Consiglio europeo di giugno hanno optato per la “volontarietà” nella gestione degli sbarchi e dei migranti. Il problema non è l’inazione della Commissione presieduta da Jean-Claude Juncker. Semmai è la sua scelta di chiudere gli occhi di fronte al governo populista dell’Italia che usa fondi dell’Unione europea per mettere in pratica i ricatti contro altri paesi, vìola palesemente le normative Ue sull’accoglienza dei minori non accompagnati e minaccia esplicitamente di agire contro la legalità effettuando dei respingimenti verso la Libia. Il tutto, senza nemmeno ottenere vantaggi pratici che vadano oltre la risonanza mediatica.

 

La minaccia di respingimenti è arrivata da Salvini cinque giorni fa con il nuovo slogan “O l’Europa decide di aiutare l’Italia in concreto (…) o li riaccompagniamo in Libia”. “Non commentiamo le dichiarazioni”, ha risposto il portavoce della Commissione, usando la formula di rito per evitare scontri con i governi nazionali. Ma la decisione di chiudere i porti non è un respingimento? “I migranti possono chiedere asilo nei paesi dove vengono redistribuiti”, hanno minimizzato i portavoce. E i minori tenuti a bordo della Diciotti malgrado gli obblighi di accoglienza e tutela previsti da una direttiva europea? “Presumo che l’Italia non violi alcuna legislazione europea”, ha risposto uno dei portavoce. Altrettanta pacatezza è stata mostrata dalla Commissione quando il sito Euobserver.eu ha svelato un potenziale caso di abuso di fondi Ue: a giugno l’Italia avrebbe speso almeno 200.000 euro di fondi dell’Ue destinati a sostenere le operazioni di ricerca e soccorso in mare per scortare la nave Aquarius a Valencia in Spagna dopo aver rifiutato di fare sbarcare 630 migranti in un porto italiano. 

   

Le risorse sono state stanziate nell’ambito di due accordi conclusi tra la guardia costiera italiana e la Commissione nel marzo e novembre 2017 di fondi d’emergenza per un ammontare totale di 14,8 milioni. Secondo una fonte comunitaria, la Commissione avrebbe anticipato il 90 per cento di quelle somme. Non è escluso che anche il blocco della Diciotti a Catania sia finanziato con i fondi d’emergenza Ue. Ma la Commissione ha spiegato di non voler intervenire subito con una richiesta di informazioni al governo italiano. “Faremo verifiche approfondite alla fine del periodo di finanziamento” (alla fine dell’anno, ndr), hanno spiegato i suoi portavoce.

  

Le ragioni della docilità della Commissione Juncker sono contingenti e strutturali. L’esecutivo comunitario è sotto schiaffo dei populisti che usano ogni minima dichiarazione di Bruxelles (Oettinger che spiega come i mercati potrebbero far cambiare idea agli elettori, Juncker che ricorda che per il Mezzogiorno servono “più lavoro, meno corruzione, serietà”) per aizzare l’opinione pubblica contro l’Ue.

  

“Ormai non possiamo più dire nulla sull’Italia. Né sui migranti, né sui conti pubblici, né sulla politica economica. Altrimenti veniamo massacrati”, confessa al Foglio una fonte della Commissione. Più in generale, sin dall’inizio del mandato, definendosi una “Commissione politica” Juncker e il suo esecutivo hanno scelto di interferire il meno possibile negli stati membri per evitare di dare l’impressione che a comandare sia l’Ue. “E’ il compromesso l’essenza della Commissione politica”, spiega un altro funzionario. E’ accaduto con la molta flessibilità concessa all’Italia e alla Francia sui conti pubblici grazie alle contorsioni sulle regole del Patto di stabilità e crescita. E’ accaduto di fronte alle violazioni dei princìpi fondamentali dei governi populisti in Polonia e Ungheria. E’ accaduto nella gestione della crisi dei rifugiati, quando Ungheria, Polonia e Repubblica ceca non hanno accettato i richiedenti asilo da Italia e Grecia, o quando Germania, Austria, Danimarca e Svezia hanno deciso di sospendere a tempo indeterminato Schengen con la reintroduzione dei controlli alle frontiere. Accade nuovamente con l’Italia populista, che pretende che gli altri paesi si mostrino solidali sui migranti, malgrado il fatto che sia la prima a non rispettare regole, impegni e cortesie diplomatiche.

  

Il risultato del silenzio e dell’inazione della Commissione non è solo un deterioramento sempre più visibile della qualità delle democrazie europee. Non è solo lasciare campo libero ai Salvini, Di Maio e altri populisti antieuropei che vogliono la sua distruzione. Alla fine vengono meno le modalità e le ragioni dello stare insieme nell’Ue, alimentando i conflitti tra gli stati membri.

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