Il nuovo direttore del Daily Mail è pro Ue, e tutti si chiedono che farà

Gabriele Marconi

Londra. Chissà cosa succederà ora che il gregge di lettori del Daily Mail cambierà pastore. Se lo chiedono un po’ tutti in questo periodo di attesa per l’insediamento del cinquantasettenne Geordie Greig alla guida del quotidiano più influente del Regno Unito, mica un tabloid per carità, ma tanto simile alla stampa popolare per la scelta dei temi e per quella capacità di influenzare la gente dove conta: nelle viscere. Il direttore uscente, Paul Dacre, ad esempio, odia sia l’Unione europea sia le buste di plastica che rimangono incagliate sui rami degli alberi dopo che la gente le ha abbandonate, e nel corso dei ventisei anni a Fleet Street ha lottato con forza contro entrambe. E anche se le buste di plastica, da lui soprannominate ‘mutande di strega’, continuano a sventolare occasionalmente in giro, la realissima, ingestibile Brexit è il suo opus magnum, una sorta di summa di tutto quello che il quotidiano da un milione e trecentomila copie al giorno ha fatto in questi anni, “un memoriale” a Paul Dacre secondo la definizione data da Lord Adonis alla Bbc.

 

 

 

Quando a giugno, in vista del suo settantesimo compleanno, il direttore di giornale più brillante della sua generazione ha presentato le sue dimissioni all’editore Lord Rothermere, in pochi pensavano che Greig, direttore del quotidiano fratello Mail on Sunday e reo confesso di aver votato ‘remain’ al referendum del 2016, sarebbe finito al suo posto. E invece così è stato e, qualità di Greig a parte, in molti si chiedono se non vada letto come un segnale politico e come una speranza che si possa andare verso una copertura meno partigiana del referendum da parte della corazzata, in linea con quella sottile brezza di cambiamento che già emerge dai sondaggi.

 

Secondo il Financial Times, a una cena a Londra l’estate scorsa l’ex premier conservatore e pro Ue John Major avrebbe fatto presente al nuovo direttore di avere “il potere e il potenziale per cambiare il discorso politico del paese”, facoltà di cui Greig, etoniano e oxfordiano dalla rete di contatti infinita – sua sorella gemella era dama di compagnia di Lady D – è consapevole. Ma come gli ha fatto presente Dacre in un pezzo sullo Spectator, “cambiare linea sulla Brexit sarebbe un suicidio editoriale e commerciale” e gli metterebbe contro una redazione in cui la Ue non piace molto, anche se basterebbe forse smettere di fare prime pagine in cui chiunque si opponga al più duro dei divorzi, che sia giudice, deputato o celebrità, viene additato come “nemico del popolo”, “dinosauro in ermellino” e via vezzeggiando per rendere le vibrazioni provenienti dal Mail meno deleterie per Downing Street e per chiunque cerchi di immettere un po’ di senno nei negoziati.

 

  

La premier Theresa May al momento è ancora “intrappolata”, per usare le parole dello scrittore Tom Rachman sull’Atlantic, nella visione della Brexit promossa negli anni dal Daily Mail, espressa dal Daily Telegraph alle classi alte e dal Sun, che pur vendendo 1,45 milioni di copie rimane soprattutto proletario e non ha il richiamo del Mail, che parla alla Middle England e plasma l’ambitissimo voto canuto delle province e di una classe media non londinese che ha soldi, influenza, titoli di studio e un certo disagio davanti al globalismo della megalopoli. Il fiuto killer di Dacre ha anche portato qualcosa di buono per l’integrazione, come quando ai tempi dell’omicidio del giovane Stephen Laurence da parte di un gruppo di razzisti, mentre polizia e autorità tentennavano, accusò apertamente gli aguzzini. Ma lo straniero resta uno dei nemici principali del giornale, influente grazie a un sito che va fortissimo anche negli Stati Uniti con le sue immagini di celebrities e le sue storie, riportate con la serietà del caso, ammantando di ragionevolezza anche ciò che è assurdo. Come la vicenda della donna inglese che ha chiesto, e ottenuto, un risarcimento per una vacanza andata male in cui lamentava, tra le altre cose, di aver trovato troppi spagnoli a Benidorm.

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