La parata militare di Trump tramonta con l’accusa a nemici oscuri che lo boicottano

Mattia Ferraresi

"E adesso possiamo comprare nuovi caccia!", esulta Donald Trump, chiudendo inopinatamente con una nota positiva l’ennesima trovata balzana, e sostanzialmente inutile, che infine non si realizza. La sequenza ormai è codificata: il presidente lancia un’idea, di solito orecchiata in televisione o vista fugacemente da qualche parte, dà mandato ai suoi di realizzarla, questi lo informano che si tratta di una costosa perdita di tempo e Trump improvvisamente cancella tutto, dando la colpa del fallimento a uno a scelta fra la palude di Washington, il “deep state”, i democratici arrabbiati, la “caccia alle streghe deviata”, la Nato, il globalismo, la stampa, Soros. Nel caso della parata militare tanto voluta e ora cancellata (ma forse soltanto rimandata all’anno prossimo, chissà) la colpa ricade sui “politici locali che governano (male) Washington” e che quando “vedono l’occasione di un guadagno inatteso, la riconoscono”. Il governo ha chiesto loro un prezzo per organizzare una parata militare nella capitale, e loro hanno sparato “un numero talmente ridicolo che ho deciso di cancellarla”. C’è sempre qualche avida burocrazia politicamente motivata che si oppone al governo del cambiamento trumpiano, e il presidente trae il massimo piacere quando può mostrare che lui non si lascia fregare da nessuno. E poco importa se, come conseguenza della trattativa, il suo piano finisce per collassare.

 

L’idea della parata da esibire al popolo americano e al mondo intero si era accesa nella mente del presidente quando, invitato da Emmanuel Macron, ha assistito alla manifestazione sui Campi Elisi per l’anniversario della presa della Bastiglia. Il presidente è stato folgorato dal pensiero che una simile sfilata a Washington si sarebbe accordata perfettamente con lo spirito dell’America First. La filosofia della politica estera trumpiana, pur gravata di fallacie e incoerenze, postula con qualche ragione il matrimonio fra il disimpegno dell’America sullo scenario internazionale e l’esibizione del suo potere militare per il mercato interno. Diversi consiglieri della Casa Bianca, a cominciare da John Bolton, abbracciano una prospettiva militarista. Così, l’immagine di un’esibizione di truppe, mezzi cingolati, squadroni, aerei che solcano il cielo e carri che documentano con incontrastato impatto visivo il dominio della superpotenza locale ha stuzzicato la fantasia di Trump, che certamente ha anche sofferto il fatto che Macron lo potesse superare da qualche parte in forza e grandeur. Anche lui voleva il suo arco di trionfo. Riluttanti ma ligi al dovere, i tecnici del Pentagono hanno fatto un preventivo dei costi della manifestazione così come il presidente la immaginava, e la cifra che è circolata in queste settimane supera i 90 milioni di dollari, uno sproposito rispetto alla trentina con cui sperava di cavarsela l’artista del deal, l’imprenditore che ha costruito la sua fragile fortuna immobiliare con il lusso a basso costo.

 

Il segretario della Difesa, Jim Mattis, non conferma le stime diffuse dalla stampa, ma Trump conferma invece la sua frustrazione per gli oppositori che mettono i bastoni fra le ruote della sua parata trionfale: “Forse faremo qualcosa il prossimo anno a Washington quando i costi saranno di molto inferiori”, ha scritto, senza spiegare come e perché il costo della manifestazione dovrebbe decrescere. Per soddisfare la sua irresistibile voglia di parata, Trump si accontenterà di un evento più modesto alla base militare di Andrews, in Maryland, e andrà a Parigi a novembre per assistere alla commemorazione per la fine della Seconda guerra mondiale. La telenovela della parata si conclude al grido di France First.

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