Altro che #MeToo. Le nazifemministe coreane hanno metodi violenti

Giulia Pompili

Roma. Ieri la polizia di Seul ha aperto un’indagine per terrorismo dopo che erano state pubblicate online alcune minacce contro la Cheong Wa Dae, la Casa Blu, il palazzo presidenziale della capitale sudcoreana. Ma che cosa avrà mai fatto di male Moon Jae-in, il presidente che potremmo definire il più rassicurante del mondo, che ha convinto i nordcoreani a scendere giù oltre il confine e a partecipare alle sue Olimpiadi invernali, l’uomo che si è fatto fotografare mentre abbraccia e sorride e fa battute a cena al tavolo con il nemico più spaventoso di tutti, il leader nordcoreano Kim Jong-un? Moon Jae-in, l’Obama coreano, Nobel per la pace ad honorem: chi saranno i suoi nemici? Chi vorrebbe mettere una bomba alla Casa Blu? Ecco, le femministe.

  

La minaccia di una “bomba che esploderà alle 15” è apparsa venerdì sul sito della comunità online Womad, una crasi tra woman e mad, donne e pazze. La polizia si è allertata, e subito dopo, sempre sullo stesso sito, qualche utentessa prendeva in giro la mobilitazione di cani antiesplosivo che controllavano l’area – a dire la verità, blindatissima – del palazzo presidenziale. Non è la prima volta che le Womad finiscono sui giornali coreani. A differenza delle Pussy Riot russe non hanno niente delle “performance artistiche” rivendicate dalle fanciulle coi passamontagna: no, loro sono proprio incazzate. Perché la cultura coreana è tra le più maschiliste del mondo, con un modo d’intendere la società che deriva da una complicata visione molto tradizionale del confucianesimo e del ruolo degli uomini, più che quello delle donne. Una visione che ha resistito finora, e altro che #MeToo. Già qualche anno fa circolava online un opuscolo informativo del ministero dell’Educazione, verificato dal Korea Herald, in cui si avvertivano le giovani coreane che se non pagano il conto, in caso di appuntamento con un uomo, allora lo stupro non è poi così sbagliato: “Dal punto di vista dell’uomo che spende molti soldi per gli appuntamenti, è naturale che a un certo punto voglia una compensazione dalla donna”. In quel caso non è possibile abortire, come in altri moltissimi casi, in Corea del sud. E’ intorno al 2015 che la comunità femminista sudcoreana inizia a mobilitarsi online. La virtualità garantisce l’anonimato alle donne, che altrimenti verrebbero accusate di atti sovversivi.

 

Il primo forum online si chiamava Megalia, ed era nato come gruppo per scambiarsi informazioni sull’epidemia di Mers in Corea del sud. Due donne erano state accusate di aver portato il virus in Corea per “essere andate a fare shopping a Hong Kong”, chiamate “kimchi women” con un’accezione naturalmente dispregiativa. Qualche anno dopo, da Megalia è nata anche Womad, ed entrambi i siti hanno avuto spesso problemi con la giustizia. Un mese fa Kang Hyun-kyung ha pubblicato sul quotidiano conservatore Korea Times un articolo per raccontare la “folle competizione sulla crudeltà” ingaggiata dalle “femministe radicali”, perché spesso online le utenti si sfidano a immaginare i modi più crudeli di veder morti gli uomini, e pure su Megalia ogni tanto uscivano fuori post di soldati coreani mutilati, “l’unico uomo buono è un uomo morto”, eccetera. Un cortocircuito di violenza e di discriminazioni, che ha avuto la sua migliore interpretazione nella guerra alle spycam, le telecamere nascoste che riprendono le donne coreane in situazioni intime e poi trasmettono online su siti dedicati (feticismo, sì). Nelle ultime settimane le donne coreane hanno organizzato manifestazioni con decine di migliaia di persone per chiedere al governo di punire in modo più convincente chi fa soldi o i propri porci comodi con quelle immagini rubate. Le femministe, invece, hanno iniziato a riprendere gli uomini e pubblicare online le loro (scarse) virtù.

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