Gli affari di Jeff Bezos a Washington

Redazione

Quando il Pentagono ha annunciato un piano per centralizzare tutti i suoi documenti in un sistema cloud sicuro, come aveva già fatto la Cia nel 2013, le aziende tech si aspettavano che la sfida per conquistare l’appalto da 10 miliardi di dollari sarebbe stata serrata. I leader mondiali della tecnologia cloud sono tre, Amazon, Google e Microsoft, e si contendono il primato con durezza. Ma quando, a fine luglio, il dipartimento della Difesa ha pubblicato il testo del bando, 1.375 pagine, tutti hanno capito che la gara era già finita. I requisiti del bando sono stati formulati per attagliarsi a uno soltanto dei contendenti: Amazon. Il testo contiene specifiche hardware, definizioni e lessico che sembrano presi direttamente dalle documentazioni tecniche del servizio cloud dell’azienda di Jeff Bezos, come per esempio la richiesta che il sistema abbia 32 gigabyte di ram (Amazon ne offre 32, Microsoft 28 e Google 30), o la richiesta che l’azienda fornitrice fatturi giusto quanto Amazon o si trovi geograficamente vicino ai server come soltanto Amazon può esserlo. Secondo May Jeong, che ne ha scritto su Vanity Fair, il merito di questo bando così ben cesellato è in parte di Sally Donnelly, una lobbista che prima lavorava per Bezos e poi è stata assunta al Pentagono come consulente speciale. Non c’è da stupirsi: Amazon spende decine di milioni in lobbying a Washington, e quest’anno ha speso più di Citigroup, JP Morgan Chase e Wells Fargo messe insieme. Secondo i media americani, insomma, il deal è quanto meno opaco. Jeff Bezos, editore del Washington Post, si presenta al pubblico come uomo di intenti purissimi, ma quando c’è da ottenere soldi e influenza da Washington è il primo a tuffarsi di testa nella palude.

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