Erdogan, tradito da Trump, cerca “nuovi amici”, ma la lira crolla ancora

Eugenio Cau

Roma. La crisi valutaria della Turchia, che si sta trasformando in fonte di preoccupazione per l’economia internazionale, ha due padri, genitore 1 e genitore 2. Il primo è il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che ha sottomesso le ragioni di una politica economica prudente (e l’indipendenza della Banca centrale) alle esigenze del proprio successo politico ed elettorale. Il secondo è il presidente americano, Donald Trump, che, con la decisione di imporre sanzioni a seguito delle fallite trattative per il rilascio del pastore americano Andrew Brunson, ha dato un colpo decisivo alla fiducia dei mercati nella già traballante economia turca. La settimana scorsa Trump ha raddoppiato il colpo, twittando il raddoppiamento delle sanzioni su acciaio e alluminio e gettando il valore della lira turca contro il dollaro a nuovi minimi storici. E’ una situazione inedita: un presidente americano che, in piena consapevolezza, mina la stabilità economica di un paese alleato e di un membro della Nato, contribuendo alla sua caduta e a un effetto contagio. Oggi la lira turca ha proseguito la sua discesa, nonostante alcuni segnali di ripresa dopo che la Banca centrale turca ha immesso nuova liquidità, pur senza alzare i tassi come richiesto dagli analisti e vietato da Erdogan. I ribassi hanno coinvolto anche le valute di altri paesi emergenti, come la Russia e il Sudafrica, ma soprattutto si sono estesi ai mercati europei, con i listini del Vecchio continente in ribasso (Milano la peggiore) e lo spread tra Btp e Bund sopra quota 270 punti base. Per cercare di calmare i mercati, oggi la cancelliera tedesca Angela Merkel ha detto che “la Germania desidera che la Turchia prosperi economicamente. E’ nel nostro interesse”.

 

Con le banche europee molto esposte e tre milioni di profughi siriani sul suolo turco, la crisi di Ankara preoccupa l’Europa. Ma lo scontro diplomatico-economico ha allontanato la Turchia dai suoi alleati tradizionali. Venerdì, in un op-ed sul New York Times, Erdogan ha scritto che Ankara è pronta a cercare “nuovi amici e alleati”. Secondo il Financial Times, i candidati per sostituire l’occidente nel cuore della Turchia sarebbero la Russia (oggi il ministro degli Esteri Sergei Lavrov conclude il suo secondo giorno di visita nel paese), il Qatar e la Cina. Due dei tre paesi, tuttavia, non hanno una leva finanziaria abbastanza forte per sostenere l’economia turca, che per rimanere a galla ha bisogno di 200 miliardi di dollari di finanziamenti annuali, e che in caso di bail out, sostengono alcune stime riportate dal quotidiano londinese, avrebbe bisogno di 20-40 miliardi di dollari. Soltanto la Cina potrebbe disporre di questo tipo di somme, ed effettivamente negli ultimi tempi si è assistito a un avvicinamento tra i due paesi, con Ankara costretta a ignorare la repressione brutale che Pechino sta applicando contro gli uiguri, musulmani di etnia turca residenti nello Xinjiang.

 

La Cina ricorre spesso nei discorsi pubblici di Erdogan e del suo genero-ministro delle Finanze, Berat Albayrak, e ha già fatto alcune mosse. Il quotidiano turco Sabah ha scritto che la filiale turca della Bank of China comincerà entro l’anno a emettere bond in yuan, e a fine luglio la Commercial Bank of China ha fatto un prestito da 3,6 miliardi di dollari al settore energetico e dei trasporti della Turchia. Ma, come ha detto Aidan Yao, analista di Axa, al South China Morning Post, gli aiuti della Cina seguiranno interessi politici, non economici. Ankara non può attendersi che Pechino offra un completo bail out, né che gli aiuti economici diventino così consistenti da peggiorare i rapporti già tesi fra la Cina e gli Stati Uniti. Anche i turchi, al netto della retorica, guardano ai finanziamenti cinesi con qualche sospetto. Basti pensare al caso della Repubblica Ceca, che negli ultimi anni ha conosciuto un’ondata di investimenti cinesi da parte di Ye Jianming, un imprenditore privato che ha comprato squadre di calcio, media, industrie, edifici a Praga, per poi sparire nel nulla e lasciare tutto nelle mani dello stato cinese.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.