“Non parlano a nome mio”. Corbyn rompe il silenzio sugli antisemiti nel Labour

Paola Peduzzi

Milano. Non possiamo parlare d’altro, della Brexit, di queste temperature africane a Londra, del cambiamento climatico, delle file all’ingresso in aeroporto, delle riserve di cibo e medicinali che dovremo fare quando usciremo dall’Unione europea senza un accordo, invece che continuare a discutere dell’antisemitismo nel Labour guidato da Jeremy Corbyn? Molti sostenitori del leader della sinistra britannica stanno cercando di cambiare argomento, è da un paio di settimane che il dibattito è dominato dall’antisemitismo sì-no-forse del Labour, e vedono che più si procede, meno è facile venirne fuori intatti. Basterebbe poco, in effetti: una condanna solenne da parte di Jeremy Corbyn dei suoi parlamentari o attivisti che hanno rilasciato commenti sciagurati sull’antisemitismo, e un’espulsione immediata. Così si potrebbe provare a tornare a discutere del caldo, ma senza una presa di posizione forte non è possibile: stiamo imparando che ignorare i sintomi di una regressione culturale è molto pericoloso. Ieri Corbyn ha pubblicato un editoriale sul Guardian, dicendo che gli antisemiti non parlano in suo nome e che farà di tutto per estirpare l’antisemitismo dal Labour – ha anche ammesso che finora non è stato fatto nulla di decisivo.
La questione dell’antisemitismo aleggia sul Labour inglese da quando è arrivato Corbyn. Ci sono state espulsioni, condanne, commissioni di inchiesta, dichiarazioni, impegni, ma a ondate, la questione ritorna. Nella scorsa settimana si sono raggiunti nuovi picchi.

 

E’ stato pubblicato dal Jewish Chronicle l’audio di uno dei più stretti collaboratori di Corbyn nel National Executive Committee (Nec), l’organo che governa il Labour, in cui sosteneva che “dei fanatici di Trump” stessero confezionando ad arte delle dichiarazioni antisemite per far emergere un problema che non esiste. Peter Williams, questo è il nome del collaboratore di Corbyn, ha chiesto ai rabbini di “fornire prove” di quel che sostengono, cioè che ci sia “un grave e diffuso antisemitismo” nel Labour. Alzate la mano, dice Williams, se avete “visto” dell’antisemitismo dalle nostre parti, e quando qualche mano evidentemente si alza, “sono colpito – dice Williams – io non l’ho mai visto”. Si è poi scusato ma ha anche detto che le sue parole erano state decontestualizzate (ora dovrà fare un corso “sull’uguaglianza”). Williams fa parte della commissione del Nec in cui si discutono le dispute interne al partito: se c’è una persona che non può non aver “visto” l’antisemitismo, con tutte le procedure di sospensione che ci sono state, è proprio lui. E’ talmente evidente che le sue dichiarazioni hanno portato a una spaccatura all’interno dell’altrimenti solidissimo Momentum, il gruppo di attivisti che ha condotto Corbyn alla guida del Labour e che ora gestisce la quota maggioritaria del corbynismo dentro il partito. Jon Lansman, che è fondatore di Momentum e che ha passato buona parte delle sue vacanze estive da ragazzo in un kibbutz, ha tolto il sostegno di Momentum alla candidatura al Nec di Williams – entro il 30 agosto si può votare per il rinnovo dei rappresentanti del Nec. La decisione di Lansman però è stata ampiamente criticata dentro a Momentum: si è preso di “codardo”, perché ha ceduto alla campagna di propaganda anti Labour di cui l’antisemitismo è soltanto una parte.

 

Ora si aspetta un discorso chiarificatore di Corbyn. I suoi sostenitori cercano di far passare la tempesta con i metodi che conoscono meglio: piazzandosi sui social e facendo diventare trend l’hashtag #ImwithCorbyn. Ma se l’intervento di Corbyn ha rassicurato alcuni, altri stanno iniziando a vedere la faccenda per quella che è: il ritorno a politiche antiche e radicali, ai confini dell’alt-left se non direttamente in mezzo, rende di nuovo allettanti idee e approcci che erano stati superati. 

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