Chi ha ucciso l’avvocato di Milosevic? I dettagli che agitano Belgrado

Micol Flammini

Roma. Nella parte nuova di Belgrado, il quartiere Novi Beograd, c’è tutto il potere serbo. La sede del governo non è in centro città, ma qui, in periferia. A Novi Beograd, negli edifici brutalisti vivono politici, qualche ministro, gente che si trascina il potere dagli anni Novanta. Come Dragoslav Ognjanovic, un avvocato conosciuto per aver difeso Slobodan Milosevic durante il processo per crimini di guerra all’Aia. Ognjanovic è stato ucciso sulla porta di casa, sabato scorso, a Novi Beograd. Con lui c’era il figlio che è stato ferito al braccio destro dai proiettili destinati al padre. Slobodan Milosevic è morto nel 2006, prima che il processo potesse essere concluso. Fu un attacco di cuore, dicono i medici. E’ stato avvelenato, dicono i complottisti. Non gli sono state fornite le cure adeguate, suggerisce qualcuno. La morte di Milosevic mette ancora in imbarazzo il Tribunale dell’Aia, era il processo più importante tra quelli che riguardavano le guerre balcaniche, anzi, il Tribunale era stato istituito proprio contro di lui. Gli avvocati di Milosevic, alla fine del processo, ebbero l’opportunità di gridare sia allo scandalo – la tesi dell’avvelenamento del leader serbo iniziò a circolare rapidamente – sia alla vittoria – visto che si era concluso senza sentenza. Dragoslav Ognjanovic, forte anche del successo all’Aia, nel corso degli anni ha difeso alcuni dei principali malavitosi serbi, anche la banda coinvolta nel furto di due opere di William Turner della Tate gallery, mentre erano in prestito a Francoforte.

 

Con l’omicidio dell’avvocato, Milosevic e le guerre balcaniche degli anni Novanta non c’entrano, ma Ognjanovic era ormai diventato il paladino degli ambienti criminali belgradesi, gli stessi che l’Unione europea chiede alla Serbia di eliminare se vuole diventare uno dei paesi membri entro il 2025. Ma per l’avvocato i gruppi malavitosi erano l’ambiente giusto in cui fare soldi, e l’aver rappresentato Slobodan Milosevic – personaggio ancora apprezzato in diversi ambienti serbi – davanti alle Nazioni Unite lo aveva reso famoso. Eppure è da due anni che a Belgrado gli avvocati muoiono o sfuggono ad attacchi. Sempre negli ultimi due anni diversi membri di spicco della rete della criminalità organizzata serba e montenegrina sono stati uccisi, a Belgrado, coinvolti, secondo la polizia, in una guerra per il controllo del mercato del narcotraffico, ma quale legame ci sia tra le morti degli avvocati e quelle dei malavitosi nessuno lo ha spiegato. Nella storia dell’omicidio di Ognjanovic si intrecciano tante delle vicende che fanno della Serbia un paese ancora molto lontano dai requisiti pretesi dall’Unione europea. Il passato irrisolto, la criminalità organizzata e un governo incapace di prendere delle decisioni che trasformino la società.

 

Gli avvocati serbi hanno indetto uno sciopero di una settimana, iniziato ieri, per chiedere al governo “di adottare delle soluzioni drastiche” contro un sistema che mette in pericolo la loro vita. Aleksandar Vucic, il primo ministro, ha detto di avere già una pista da seguire, ha parlato di “alcuni indizi” ottenuti domenica mentre assisteva alle esercitazione della polizia e ha assicurato che lo stato aumenterà le pressioni per fermare la criminalità organizzata. Dragoslav Ognjanovic, l’avvocato dei i cattivi di Serbia, secondo la polizia è una delle morti coinvolte nel traffico di droga, è caduto in una guerra tra clan, ma, secondo l’associazione degli avvocati, rimarrà un caso irrisolto, nonostante le promesse del governo. Nessuno ha ancora spiegato come Ognjanovic fosse legato al mercato del narcotraffico e secondo alcuni commentatori è solo una parola semplice, vaga, buttata lì dalla polizia per cercare di spiegare una morte che lo stato non ha nessuna intenzione di spiegare. Forse sono solo dicerie dalle parti di Novi Beograd, il quartiere costruito per disegnare la nuova Belgrado, monumentale e industriale. La periferia piena di potere.

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