Perché gli ebrei d’Inghilterra sono tanto preoccupati per la deriva del Labour

Daniel Mosseri

Berlino. Andrea Zanardo lo aveva scritto su Facebook già da alcune settimane. Quello che Jeremy Corbyn sta facendo per unificare l’ebraismo britannico non lo aveva mai fatto nessuno. Lo si è visto nell’appello firmato dai rabbini di tutte le correnti esistenti nel Regno Unito, coesi nel chiedere al Labour di adottare la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (Ihra). Fra i firmatari c’era anche Zanardo che guida la Brighton & Hove Reform Synagogue, la più grande del Sussex. “Hanno firmato i rabbini delle comunità ultraortodosse nelle circoscrizioni più laburiste di Londra. Loro non si farebbero mai vedere accanto a colleghi riformati, men che mai se donne. Eppure hanno firmato assieme alle rabbine liberali, fra le quali c’è qualche fiera militante lgbt”, racconta Zanardo al Foglio. Un miracolo teologico-politico senza precedenti in un paese dove dal tempo dell’editto di riammissione degli ebrei voluto da Cromwell, le diverse comunità ebraiche hanno sempre marcato le differenze culturali (sefarditi, russi, tedeschi, romeni e mediorientali), ideologiche (più o meno sionisti, tory e laburisti) e dottrinali (ultraortodossi, ortodossi, conservative, reform e liberal). L’uscita in edicola, giovedì, dei tre principali magazine degli ebrei britannici con la stessa copertina – “United we stand” – è stato il passo successivo.

 

Ma c’è davvero bisogno di allarmarsi tanto per la mancata adozione di un testo? Se si considera che la definizione dell’Ihra è stata fatta propria da decine di governi, compreso quello britannico e dall’Ue, forse sì. Un futuribile governo laburista a guida Corbyn, c’è da immaginare, la ripudierebbe. Sotto la guida della corrente corbiniana chiamata Momentum, “il Labour ne ha proposta una tutta sua secondo cui accusare gli ebrei europei di essere terze colonne di Israele oppure paragonare Israele alla Germania nazista non sarebbe antisemitismo”, spiega Zanardo. Sembra di essere tornati alla risoluzione dell’Onu del 1975 che equiparava sionismo e razzismo. “D’altronde il brodo di coltura di Corbyn è quello”, osserva il rav nel ricordare che il leader con la barbetta ha riciclato un bel numero di trozkisti messi in cantina dalla passata gestione. “Non a caso la leadership laburista di oggi ha in media dieci anni di più di quella precedente: sono i vecchi compagni di battaglia che tornano alla ribalta”.

 

Quando negli anni Settanta il suo primo matrimonio entrò in crisi, Corbyn decise di farsi un giro in motocicletta con l’amante Diane Abbott nelle romantiche campagne della Ddr. Il suo è un ambiente politico che ha flirtato con i palestinesi negli anni ’70 e continua a flirtarci adesso; tant’è che il leader laburista è considerato vicinissimo a Hamas mentre la Abbot ricopre oggi l’incarico di ministro ombra dell’Interno. Troppo poco per dire che il nuovo ma così vecchio Labour è antisemita? Andrebbe chiesto al cancelliere dello scacchiere (ombra anche lui) di Corbyn. “Una volta per tutte: siamo un partito anti-razzista e antisemita”, ha detto John McDonnell due giorni fa alla Bbc, per poi correggersi qualche secondo dopo. Un innocente slip of the tongue. Meno innocenti sono i progetti interni a Momentum. Ecco perché neppure gli esaltati rabbini antisionisti di Naturei Karta, famosi per le foto con l’iraniano Ahmadinejad, si farebbero vedere con Corbyn. Un conto è avercela solo con Israele, un altro è discutere se togliere la polizia davanti alle scuole ebraiche o vietare la circoncisione prima dei nove anni – un progetto su misure per colpire gli ebrei e non i musulmani. Chissà se i maschi di casa Windsor sono informati.

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