Anche il Giappone che invecchia è costretto ad accogliere più immigrati

Giulia Pompili

Roma. Tra le 225 vittime dell’ultima tragedia avvenuta in Giappone, le piogge torrenziali e le inondazioni che hanno colpito quindici prefetture tra la fine di giugno e l’inizio di luglio, non c’era neanche uno straniero. Non solo: il settanta per cento dei morti aveva più di sessant’anni. Due dati che sono la fotografia del paese, diviso tra un’opinione pubblica che da sempre è contraria all’ingresso di immigrati – e lo dimostra la complicata burocrazia per avere un visto permanente in Giappone – e un paese che sta invecchiando sempre di più, mentre i figli si fanno sempre di meno. Da trent’anni almeno il governo di Tokyo si occupa della questione della demografia: qui l’immigrazione è un problema politico, e sia destra sia sinistra hanno sempre abilmente evitato di fornire agli elettori la soluzione più semplice, cioè più immigrati. Eppure la rivoluzione economica iniziata dal primo ministro Shinzo Abe, eletto nel 2012 e che finora è riuscito a guidare uno dei governi più longevi del Giappone, ha portato all’uscita (quasi) definitiva del paese dalla stagnazione ma adesso ha bisogno di uno stimolo in più.

  

In Giappone la disoccupazione è ai livelli più bassi da 26 anni (2,2 per cento a maggio), i giapponesi in età lavorativa sono sempre di meno, e comunque chi è pronto per entrare nel mercato del lavoro ha vari posti a disposizione: difficilmente sceglie quelli lontani da casa, lontani dalla famiglia o non adeguati al proprio percorso di studi. Gli stranieri in Giappone sono soltanto il 2 per cento della popolazione (in Francia sono il 16 per cento). In vista delle Olimpiadi di Tokyo del 2020, una vetrina in cui la terza economia del mondo sta investendo tantissimo, già da tempo si erano affacciati vari problemi: c’è la difficile accoglienza per chi è costretto a lavorare fuori dalle grandi città (ormai quasi tutte foreign friendly, ma non la campagna, dove è difficile trovare anche solo i cartelli stradali in inglese) ma c’è anche la costruzione delle grandi opere: lo stadio olimpico, per esempio, e i servizi secondari, dove manca la manodopera. In tutto questo, anche l’assistenza agli anziani comincia a essere un problema per il vecchio Giappone: con il 26,7 per cento della popolazione oltre i sessant’anni – e le proiezioni per il 2050, quando saranno il 40 per cento – la spesa pensionistica per il governo è alle stelle. La rete sociale per l’assistenza agli anziani sempre più fragile. Così, l’ennesima riforma adottata dal governo di Shinzo Abe, riguarda proprio badanti e servizi infermieristici per anziani. Non si chiameranno immigrati ma lavoratori stranieri, e ne arriveranno diecimila dal Vietnam entro un paio di anni. Tokyo e Hanoi hanno firmato un memorandum per permettere ai designati di arrivare in Giappone, studiare la lingua, ed essere formati come nuovi “caregiver” adatti alla società nipponica. Scrive il Nikkei Asian Review che accordi simili saranno firmati anche con l’Indonesia, la Cambogia e il Laos. E’ una piccola rivoluzione per il Giappone che ha sempre puntato tutto sull’autosufficienza, sulla capacità per ogni comunità di badare a sé stessa – e dove gli stranieri residenti sono considerati, soprattutto dagli anziani, un elemento di rottura dell’equilibrio endemico: gaijin, straniero, è una parola che ha una accezione negativa. Ma se nemmeno la robotica è riuscita a dare un aiuto concreto alla società degli anziani, lo possono fare solo gli immigrati, è la linea del governo. Un’immigrazione controllata, perché qualcuno deve pur prendersi cura dei nostri anziani.

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