Murakami censurato a Hong Kong è l’ennesima vittoria di Pechino

Giulia Pompili

Roma. L’autore giapponese più famoso del mondo, Haruki Murakami – che si sa, forse ormai è perfino meno giapponese di Kazuo Ishiguro, ma continua a usare sapientemente i cliché nipponici scrivendo dalla sua villa nelle americanissime Hawaii – ha avuto una brutta sorpresa, qualche giorno fa. L’Obscene Articles Tribunal, l’ente del governo di Hong Kong che si occupa di disciplinare cosa può essere pubblicato e cosa no, ha “temporaneamente” catalogato l’ultimo romanzo dell’autore, “Killing Commendatore”, sotto la “Class II – materiali scabrosi”, insieme con il magazine erotico “Lung Fu Pao”. Secondo il portale internet di Hong Kong che spiega il meccanismo del tribunale, sono tre classificazioni della censura: la classe I significa che il prodotto può essere pubblicato e distribuito, la classe III lo cataloga come “offensivo”, e ne vieta la pubblicazione e la distribuzione (il massimo della pena è un milione di dollari di multa e il carcere fino a tre anni). C’è poi una classificazione di mezzo, che etichetta il soggetto come “scabroso”: in questo caso, “Killing Commendatore” può essere venduto nelle librerie ma solo avvolto con una copertina neutra che avverte del materiale “sensibile” – come avviene da un po’ nel mondo neopuritano delle riviste erotiche – e comunque non ai minori di diciotto anni.

  

La scure della censura si è abbattuta su Murakami proprio subito prima che si aprisse a Hong Kong la fiera dell’editoria. Il problema, però, è un altro. E’ che in “Killing Commendatore” non c’è proprio niente di sensibile. E’ la storia di un uomo, un divorzio, un’artista che vuole ritrovare la sua ispirazione. Insomma, una storia tipica di Murakami, e non ha niente a che vedere con Junichiro Tanizaki, che pure è molto apprezzato in Cina, uno capace di raccontare il desiderio e il sesso come pochi altri hanno fatto nella letteratura giapponese. Tanizaki in Cina – e quindi a maggior ragione a Hong Kong – si legge, Murakami invece è diventato un libro pornografico da coprire. E il motivo è che Murakami in Cina è sempre stato politicizzato, e si è trovato spesso in mezzo alle guerre propagandistiche che ovviamente toccano anche la cultura: nel 2011 il suo romanzo “1Q84” era stato per molte settimane best seller in Cina, ma quando Tokyo e Pechino hanno iniziato a litigare seriamente per le isole contese Senkaku, e il sentimento antinipponico in Cina era esploso, i suoi libri erano stati tolti dagli scaffali delle librerie: “Non vendiamo libri giapponesi qui”. Così nel 2014, lo scrittore milionario (non so quanto guadagno, mi interessa solo guadagnare abbastanza per non dovermi preoccupare di saperlo, ha detto una volta al Guardian), ricevendo il Welt Literature Award a Berlino aveva preso una posizione sulla cosiddetta “Rivoluzione degli Ombrelli”, il movimento politico nato proprio a Hong Kong che chiede meno dipendenza da Pechino, più autonomia e soprattutto più democrazia. Murakami allora aveva parlato di muri: “Sono simboli della divisione tra le persone, tra i valori universali. Per noi scrittori, i muri sono ostacoli che dobbiamo abbattere. Quando scriviamo superiamo quei muri metaforicamente. E così chi legge può attraversarli, e immaginare un mondo non diviso. Ecco, vorrei mandare questo messaggio ai giovani di Hong Kong che stanno combattendo contro questi muri, adesso”. La decisione del Obscene Articles Tribunal è arrivata “senza alcuna spiegazione”: il tribunale ha messo un annuncio legale sui giornali scrivendo che aveva ricevuto una segnalazione per il libro di Murakami all’inizio di luglio e la giuria – due giurati civili e un magistrato – aveva dopo poco preso una decisione. Su Facebook, ventuno gruppi culturali di Hong Kong hanno firmato una petizione per chiedere di togliere l’etichetta scabrosa dal romanzo di Murakami: “Questo precedente fa di Hong Kong uno dei posti più conservatori dell’area cinese, ed è un disonore per noi tutti”. E’ finito il momento di Hong Kong come culla della cultura liberale cinese, dove i libri vietati a Pechino venivano stampati a Taiwan e venduti nelle librerie. “Da un paio di anni a Hong Kong sono tempi duri”, dice al Foglio Andrea Berrini, fondatore della casa editrice Metropoli d’Asia. “Sai la storia degli editori librai sequestrati dai servizi cinesi in Thailandia? Insomma, non mi stupisco più di niente”, riferendosi alla controversa vicenda dei cinque librai di Hong Kong scomparsi tra il 2015 e il 2016 e detenuti in Cina con l’accusa di vendita illegale di libri.  

   

La storia di Murakami a Hong Kong, e in generale di tutta la scena culturale nella piccola provincia autonoma cinese, è ancora lontana da “Fahrenheit 451” di Bradbury ma ci dice molto di quel che significa oggi fare i conti con il maniacale controllo di Pechino sulle informazioni e sulla propaganda. “Prenotare un biglietto per Taipei da New York con una importante compagnia aerea americana è possibile. L’importante è non dire in quale paese stai andando”, ha scritto ieri sul New York Times Sui-Lee Wee. “A causa delle pressioni della Cina, American Airlines, Delta Air Lines e United Airlines hanno iniziato a rimuovere i riferimenti a Taiwan, di cui Taipei è la capitale”. Fino a ieri, i siti web delle compagnie aeree statunitensi erano gli ultimi rimasti a elencare Taiwan come un paese a sé, separato dalla Cina. Un dettaglio importante per Pechino, che ha vinto anche quest’ultima battaglia su territorio americano.

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