Andateci piano con l’anti macronismo

Giuliano Ferrara

Il Watergate à la française francamente fa ridere, è degno dei meravigliosi corsivi di Marcenaro più che di tutte quelle indagini e perquisizioni e rumori altisonanti. Questo Benalla è una testa calda, succede, in particolare tra gli effettivi che si occupano di sicurezza. Meglio che non succeda, ci sono tipi ganzi ed eventualmente sexy anche tra i ragazzi a sangue freddo, ma insomma, peccato veniale. Dice che aveva dei privilegi illegali, tipici di una presidenza oscuramente imperiale o addirittura gay, e non è vero. Si è scoperto che l’appartamento grandioso di 300 metri quadrati a Quai Branly è un alloggio di 80 metri quadri, ben collocato, sì, ma il luogo di lavoro è l’Eliseo, che sta di là dal fiume in Faubourg Saint-Honoré, mica in periferia, e sarà bene che gli addetti alla sicurezza se ne stiano a portata di mano. Dice che aveva un permesso “H” per accedere all’aula dell’Assemblée nationale, vero, forse inusuale, segno forse che era un cocco della corte di Macron, ma gli serviva per andare in palestra, altra attività tipica dei “picchiatori” professionali. Dice che in quanto gendarme della riserva aveva chiesto e ottenuto senza tante pastoie burocratiche il privilegio di detenere un’arma, bè, non le distribuirei ai ragazzi del liceo, ma agli uomini della sicurezza le armi servono, mi pare.

  

Dice che essendo stato delegato dal questore di Parigi a fare da “osservatore”, a fianco dei poliziotti, nella turbolenta giornata del Primo maggio, teatro di scontri violenti e di gesta varie dei casseur e dei black bloc, verso sera a Place de la Contrescarpe si è fatto prestare il casco di un collega e ha dato un paio di ceffoni a due molesti che avevano tirato della roba sui flic, magari non doveva, per carità, è stata una “deriva personale” a testa calda, appunto, ma non sembra l’equivalente degli uomini che penetrarono di notte nel Watergate, l’hotel che ospitava il quartier generale degli avversari di Nixon, per rubare carte mediante effrazione. Dice che dato il rapporto di simpatia e fiducia con il presidente gli hanno dato, per il comportamento poco responsabile, solo due settimane di sospensione, e non dallo stipendio; e vabbè, la fiducia è la fiducia, affiancare ai bodyguard di stato quelli di una couche più ravvicinata non è illegale, è una misura di prudenza amministrativa, che Benalla lo si dovesse denunciare alla magistratura e compromettere per sempre non è proprio sicuro sicuro, in fondo ha dato una mano in modo un po’ esibizionistico a spegnere i bollori di tipetti frondisti che avrebbero voluto mettere a ferro e fuoco Parigi, come ai bei tempi della “convergenza delle lotte”. Magari esagero, la legge e la condotta personale in corpi e situazioni delicati richiede più rigore, ma ancora una volta: peccato veniale, non mi sembra un affare di stato di quelli che addirittura, come si è scritto, compromettono un quinquennato presidenziale e la reputazione di un uomo gaullianamente destinato a incontrare il suo popolo, secondo la famosa dizione paracostituzionale del grande Generale. Che cosa avrebbe coperto Macron, che intanto ha incontrato la Bardot a protezione degli animali: un leone impazzito che ha sbranato un cittadino e una cittadina? Via, siamo seri.

  

Detto questo, mi piacerebbe che gli amici francesi capissero quello che non avevano capito gli industriali veneti e emiliani, ora pentiti del voto leghista per ragioni più o meno forti. Se lo tengano stretto Macron. Avrà esagerato anche nei festeggiamenti ai Bleus, magari per compensare quell’aura di presidente dei ricchi e delle città che inevitabilmente un competente economista, filosofo, Commis de l’Etat e banchiere Rothschild non poteva non generare intorno a sé. Ogni tanto gli slitta la frizione, non deve essere simpatico a tutti e a tutti nello stesso modo, ovvio. Ma i treni li ha riformati, compito immane in un paese di stato centralizzato che nella Sncf ha la sua corona ideologica, nonostante tre mesi di scioperi a gatto selvaggio. Per rendere la scuola più intelligente e davvero egualitaria, visto che a forza di eguaglianza comandano solo quelli che hanno fatto le Grandes écoles, le sue misure le ha prese. Industria, redditi, politica estera e istituzionale: non ne parliamo proprio, rispetto ai velleitarismi di Sarko e del buon Hollande siamo alle stelle. E poi c’è un particolare. Ha vinto nel 2017 tre elezioni, primo e secondo turno e le legislative, su un programma europeista contro i mostriciattoli del nazionalismo lepenista e i vecchi partiti, socialista e gaullista, che avevano, come dire, esaurito la loro spinta propulsiva. E le ha vinte per salvaguardare, espandere il progetto dell’euro innovando l’Unione e fortificandola. E’ in difficoltà, certo, a Roma le cose sono andate come sono andate, Merkel è lenta e indebolita, tira una brutta aria. Ma se cadesse Macron o fosse umiliato, per un affare di terz’ordine repubblicano, o di quarto, le cose si metterebbero davvero maluccio. Anche per l’infallibile esprit commerçant che ha spinto la maggioranza dei francesi, tra un “basta euro” dissimulato e un “forza euro” aperto e chiaro, a scegliere il secondo senza troppe esitazioni. Insomma, nessuno è obbligato ad affiliarsi a La République En Marche!, niente conformismi e libertà di critica, e il presidente jupitérien deve stare più attento anche alle teste calde (non lo sono, pare, ma se fossero sue amanti come dicono i pettegoli e i maliziosi, evidentemente chissenefrega): tutto giusto, ma prima di dare un calcio a Macron, fossi nei panni del francese medio, del lavoratore, dell’imprenditore, del commerciante, mi farei una gita oltre Mentone, dalle nostre parti, per vedere a quale grado di competenza e slancio possono arrivare gli anti Macron nella loro spinta a sfasciare Europa e moneta.

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