Quei due contro l’occidente e noi smarriti

Giuliano Ferrara

Quando sento dire che Salvini è efficace, ha consenso, dà risposte (anche il popolare tedesco Manfred Weber, mica solo la casalinga di Voghera); e quando sento dire che Trump definendo “nemica” l’Europa occidentale, e facendo la Russia di Putin amica e padrona della sua presidenza, del suo paese e del suo sistema di intelligence e di giustizia, non fa che riorganizzare istintualmente, in nome del consenso che non gli mancherà per la rielezione del 2020, l’ordine multilaterale uscito dalla Guerra fredda: quando sento questi giudizi, autorevolissimi, per carità, penso a una vecchia carcassa che è per me il fondamento di ogni buona politica, la distinzione di fatti e valori. (Avvertenza: così facendo non ho mollato il mio vecchio amore per Machiavelli, so bene che i fatti, la verità effettuale della cosa, sono protagonisti di storia e arte dello stato, e spesso protagonisti intrattabili, e sempre distinti dai valori e dai giudizi di valore, ma so anche che tutto il problema della politica è sempre stato quello di costruire un argine al dilagare dei fatti quando sopprimono, soffocano e annientano i criteri di una vita possibile, degna di essere vissuta. Si può essere machiavellici ma non nichilisti? Sì).

    

La prendo alla lontana ma siamo molto vicini al punto. Non varrebbe la pena di perdere tempo appresso a un ministro dell’Interno italiano che impedisce l’attracco alle imbarcazioni della sua guardia costiera, tifa contro la Francia a Mosca mentre incontra spioni del Gru, si allea con ministri suoi omologhi che considerano “un inferno” la redistribuzione in Europa di quote di immigrazione; o appresso a un presidente americano mentre prende un pallone da Putin, che intanto lo guarda (come si è detto) con uno sguardo da gatto che ha il sorcio in bocca, e gonfia i suoi palloncini colorati come un bambino idiota, consegnando la divisione dell’occidente agli autocrati delle democrature nel sogno di un mondo governato da pulsioni narcisistiche e autoriferite. Non varrebbe la pena se non si presentasse la questioncella menzionata, quella dei fatti e dei valori, che poi è la questione piuttosto antica, forse arcaica, del bene e del male. Che non è questione per devoti, la si può affrontare anche con un’inclinazione libertina, disincantata, non moralistica.

    

Di fronte al tentativo di dismembrare un occidente atlantico stanco e un europeismo spesso inerte, di fronte a una gagliarda prova di sudditanza e di menefreghismo, ai limiti del ricatto e del tradimento, offerta a Londra e a Helsinki dal capo della Casa Bianca, uno può certamente registrare che l’altro tentativo, nato dopo l’11 settembre, cioè un’America leader e una coalizione di willing in nome della libertà e della pace armata, è fallito. E magari che la crisi finanziaria mondiale ha approntato di per sé un nuovo gioco di teatro, ma molto concreto, in cui libertà di commercio, mercati aperti e soluzioni sovranazionali sono diventati chimere per intellettuali fumosi, teste d’uovo, restano le tariffe e un G3 con Cina e Russia, in un evidente restringimento della società aperta e connesse procedure della democrazia liberale. Si volta pagina. Va bene. Ma questi fatti, che il consenso unico universale si incaricherà presto di incardinare nelle nostre vite e nell’opinione pubblica mondiale, che cosa significano, qual è il loro contenuto di verità, dov’è la loro predisposizione a un cosmo politico equilibrato, capace di disinnescare minacce di vasta portata come il nucleare iraniano o il terrorismo di matrice islamista o la smisurata preponderanza demografica di paesi in via di sviluppo, un ordine pacifico si spera, e sensato?

    

La precedente costellazione politica ha perso punti, di fatto e di consenso, questo è certo, Onu e Unione europea sembrano a volte dei fantasmi di un mondo scomparso, l’idea o la pretesa che il contenzioso possa risolversi mediante la valutazione di convenienze bilaterali basate su rapporti di forza tra giganti globali, buttando a mare la Nato, fuori l’America dalla Nato, fuori la Nato dall’America; che Gran Bretagna e Francia debbano fare causa a Bruxelles o inoltrare rapide procedure di uscita dalla costruzione di Adenauer, De Gasperi, De Gaulle e Jean Monnet: tutto questo non va giudicato solo come un incubo, con atteggiamento passatista, da vedovi dell’occidente, va piuttosto inquadrato nel calcolo delle conseguenze fattuali alla luce di criteri politici di vita e di respiro delle democrazie liberali, per quanto possano ancora contare. Sostiene Hubert Védrine, ex ministro degli Esteri francese, quello dei tempi in cui la Francia di Chirac e Villepin respingeva le ambizioni dei willing, il teorico della lotta contro l’Iperpotenza americana negli anni di George W. Bush e dei neoconservatori, che “bisogna liberarsi delle nostre chimere, togliersi i paraocchi e condurre l’analisi con un occhio realista, non ideologico, né centrato sull’occidentalismo né espiatorio delle colpe dell’occidente, afferrando le tendenze di fondo e il movimento delle placche tettoniche”, cioè questioni del clima, della demografia insostenibile, dell’immigrazione come invasione o lenta emersione di una sostituzione di popoli e di identità. Vasto programma, si direbbe. Il disorientamento parossistico dell’occidente o di quel che per occidente si vuole considerare, dopo tutto, non nasce da un’aggressione esterna e dalla necessità di rispondere con una caratura strategica responsabile. Ha bensì origine in un rigetto di due criteri, e se volete chiamateli valori, che ebbero un senso anche stabilizzatore nell’ordine della nostra storia: la pace come contrasto a un mondo competitivo di nazionalismi incrociati fondato sulla lezione del Novecento, e la libertà come elemento istituzionale di un sistema di società aperte fondato sul funzionamento e l’autonomia dei mercati, con il portato del lavoro, dei redditi, delle tecnologie e dei consumi di massa che sono capaci di garantire e governare. Vasto programma davvero.

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