Rivoluzione nipponica

Giulia Pompili

Roma. Ieri il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il primo ministro giapponese Shinzo Abe hanno firmato a Tokyo “il più grande accordo commerciale di sempre”, una specie di rivoluzione che, nel suo ultimo passaggio, è la risposta di Bruxelles e Tokyo al sentimento protezionista che dall’America di Donald Trump si sta diffondendo un po’ ovunque. “Con il più grande accordo di commercio bilaterale di sempre, oggi rafforziamo l’amicizia tra Giappone ed Europa”, ha scritto su Twitter Tusk. “Geograficamente siamo distanti. Ma politicamente ed economicamente non potremmo essere più vicini. Con i valori condivisi della democrazia liberale, dei diritti umani e dello stato di diritto”. E questo è davvero il più grande accordo commerciale mai negoziato dall’Unione europea, un patto che creerà una zona di libero scambio pari al 37 per cento del commercio mondiale e che coinvolgerà 600 milioni di persone.

 

La visita di Tusk e Junker a Tokyo di ieri non era prevista: Shinzo Abe avrebbe dovuto partecipare alla cerimonia di firma in Europa, ma il disastro dovuto all’alluvione del Giappone occidentale gli ha impedito di muoversi da Tokyo per coordinare l’emergenza. La firma però non è stata rimandata. Sin dal gennaio del 2017 i negoziati avevano avuto una accelerazione richiesta da entrambe le parti: secondo Mauro Petriccioni, l’italiano che ha guidato i negoziatori europei fino al febbraio scorso, i round di negoziati sono andati avanti giorno e notte pur di arrivare all’accordo di massima siglato ad Amburgo il 6 luglio del 2017. L’elezione di Donald Trump, con la sua annunciata politica di America First, aveva portato le due parti a velocizzare, ma anche l’uscita dell’America dal Trans-Pacific Partnership, che aveva improvvisamente trasformato Tokyo nel leader delle trattative sul libero commercio un po’ ovunque. Non è un caso se ieri Tusk e Junker abbiano colto l’occasione per essere a Pechino, al 20° Summit Europa-Cina, accolti dal premier cinese Li Keqiang, dove si è parlato – pure lì – di commercio e cooperazione economica. Cecilia Malmström, la commissaria per il Commercio europeo, ha detto che “stiamo mandando un forte segnale al mondo: due tra le più forti economie sono ancora aperte al libero commercio, e si oppongono al protezionismo”, non solo togliendo le tariffe ma soprattutto semplificando le procedure alle frontiere, aiutando le imprese. Adesso il trattato dovrà essere approvato dal Parlamento europeo e dalla Dieta giapponese, e poi potrà entrare in vigore all’inizio del 2019.

 

Ma di che cosa parliamo esattamente? Secondo le stime della Commissione, l’accordo eliminerà la maggior parte del miliardo di tariffe annuali che l’Europa paga per esportare i suoi prodotti in Giappone. Il settore chiave, per l’Unione, è quello agricolo, mentre per il Giappone è quello delle automobili: il trattato abolisce i dazi sull’import delle auto giapponesi, che è del 10 per cento del valore. Alcune tariffe verranno eliminate immediatamente, mentre altre saranno graduali, comunque entro i prossimi sette anni. I prodotti di qualità europei che saranno venduti nei negozi giapponesi saranno comunque contrassegnati col marchio di “alta qualità” con l’indicazione geografica per oltre duecento prodotti.

 

Che cosa cambia per l’Italia

Inutile dire che se parliamo di vino, formaggio e pasta per l’Italia, un trattato di questo tipo, è un’opportunità. Nel nostro paese ci sono 14.921 imprese che esportano verso il Giappone: per il nostro paese Tokyo è il sesto partner commerciale fuori dalla Comunità europea, per un valore complessivo dell’export da 6,6 miliardi di euro. L’Italia importa 4,2 miliardi di euro di prodotti dal Giappone, per un surplus commerciale da +2,4 miliardi. Secondo le stime, soltanto in Italia si produrranno 88.806 posti di lavoro grazie alla spinta sull’export verso il Sol levante (739.560 in tutta l’Europa). Il vicepremier Luigi Di Maio qualche giorno fa ha approvato il trattato Europa-Giappone, al contrario di quello che ha annunciato sul Ceta. Vuol dire che nel 2019 l’Italia sarà invasa dalle Suzuki e dalle Toyota e nessuno comprerà più una Fiat? No, vuol dire che le auto giapponesi costeranno il 10 per cento in meno. Adesso chi si trovi in Giappone e abbia voglia di comprare il parmigiano italiano lo paga a un prezzo sproporzionato, e la stessa cosa succede con il prosciutto di Parma e il vino italiano. Quando il 30 per cento di tariffe sull’export del formaggio verrà eliminato, sarà più facile (più economico) acquistare il vero parmigiano italiano perfino in Giappone. Vuol dire un incremento delle vendite e l’internazionalizzazione del marchio Made in Italy.

This page might use cookies if your analytics vendor requires them.