Con Putin Trump abbraccia la dottrina “blame America first”

Mattia Ferraresi

Milano. La conferenza stampa di Donald Trump e Vladimir Putin a Helsinki è iniziata con lo sfrontato annuncio che le pessime relazioni fra i due paesi “sono cambiate quattro ore fa” e si è conclusa con la denuncia della “caccia alle streghe!” dello special counsel, Robert Mueller. In mezzo, Putin ha nuovamente negato le interferenze del Cremlino nelle elezioni americane (“la Russia non ha mai interferito e non interferirà mai negli affari interni americani”), ha ammesso che alle elezioni faceva il tifo per Trump, ma soltanto perché “voleva un reset delle relazioni con la Russia”, ha spiegato che le accuse di collusione sono un “totale nonsense” e ha suggerito quella che il presidente americano ha inopinatamente definito una “idea interessante” per chiarire il caso delle dodici spie russe incriminate da Mueller: le potrebbero interrogare i russi, alla presenza degli uomini dello special counsel, ma in cambio l’America dovrà indagare, con la cooperazione degli uomini del Cremlino, su Bill Browder, che a detta di Putin ha portato illegalmente capitali negli Stati Uniti e ha dato 400 milioni di dollari alla campagna di Hillary Clinton. Trump, dal canto suo, ha detto che l’inchiesta di Mueller è un “disastro per il nostro paese”, a domanda diretta su chi ritiene più affidabile, se l’intelligence americana che certifica le interferenze o il presidente russo, ha detto che ha “fiducia in entrambe le parti” e che “tutti abbiamo delle colpe”. Le (poche) bastonate che Trump ha menato accanto a Putin sono state tutte dirette agli infidi e politicizzati apparati di sicurezza americani – con tanto di digressione classica su “dove sono i server del Partito democratico?” – e nessuna per l’omologo che ha dominato interamente la scena. Nella dichiarazione d’apertura, Trump non ha nemmeno citato la posizione americana sulla Crimea, soffermandosi invece sul dialogo a proposito della Siria, per garantire la sicurezza di Israele, e sui rapporti a suo dire idilliaci su cybersicurezza e operazioni antiterrorismo.

 

L’ambasciatore americano a Mosca, Jon Huntsman, aveva detto che lo scopo fondamentale dell’incontro era “rendere i russi responsabili per quello che hanno fatto”, ma nella sala con gli stucchi d’oro di Helsinki è andata in scena la trama opposta. L’ex direttore dell’intelligence americana, James Clapper, ha riassunto il summit con un certo understatement: “Il presidente degli Stati Uniti ha essenzialmente capitolato, ed è sembrato intimidito da Putin”.

 

Già prima del faccia a faccia di oltre due ore, Trump era passato dall’“America First” al “blame America first”, la strategia che negli anni Ottanta i repubblicani accusavano i progressisti di usare quando incolpavano l’America di ogni male: “La nostra relazione con la Russia non è mai stata peggiore a causa di molti anni di follia e stupidità degli Stati Uniti, e ora anche alla caccia alle streghe manipolata!”, ha twittato. Il ministero degli Esteri di Mosca, con feroce senso del trollaggio, ha ritwittato con un commento: “Siamo d’accordo”. L’incontro con le delegazioni a pranzo, a cui all’ultimo è stata convocata anche Fiona Hill, la voce più critica verso Putin all’interno del Consiglio per la sicurezza nazionale, sembrava poter correggere in senso diplomatico la twitterologia di Trump, ma lo show a cura del presidente russo davanti ai giornalisti ha spazzato via i protocolli e le cesellature geopolitiche. Un anno fa John Bolton, poi nominato consigliere per la Sicurezza nazionale e ieri seduto al tavolo davanti alla delegazione russa, diceva che l’influenza del Cremlino è “un vero atto di guerra, un gesto che Washington non tollererà mai”. In un anno la soglia di tolleranza s’è alzata parecchio.

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