Trump d’establishment

Mattia Ferraresi

Roma. Scegliendo Brett Kavanaugh per sostituire Anthony Kennedy alla Corte suprema, Donald Trump ha preso la strada asciutta e levigata dell’establishment, non quella scoscesa e irta della rivoluzione culturale, che avrebbe portato invece dalle parti di Amy Coney Barrett, giudice con accenti carismatici e irritualmente sprovvista delle credenziali dell’Ivy League. Conservatori sociali, evangelici ed esponenti vari della destra religiosa lamentano a bassa voce l’“occasione persa” – come l’ha definita il giurista David French sul Washington Post – per fare una nomina di rottura, ma si consolano rapidamente valutando che il professorale Kavanaugh naviga saldamente nelle acque della scuola originalista di un Antonin Scalia, e questo lo affratella a Neil Gorsuch, il primo giudice scelto da Trump, che infatti è stato collega del neo nominato quando entrambi erano clerk di Kennedy.

 

Educato a Yale, Kavanaugh è stato per dodici anni alla Corte d’appello federale nel distretto di Columbia, e prima è stato consigliere e direttore dello staff della Casa Bianca sotto George W. Bush, esperienza che gli ha permesso di consolidare un’alleanza con la famiglia presidenziale già iniziata attraverso la moglie, Ashley Estes, che è stata assistente personale di Dubya quand’era governatore del Texas e durante il suo primo mandato alla Casa Bianca. Quando Bush lo ha scelto per la Corte d’appello la nomina è stata bloccata per tre anni al Congresso dall’ostruzione dei democratici, che lo accusavano di partigianeria e incesto politico con la grande dinastia. Il senatore Dick Durbin lo chiamava “il Forrest Gump della politica repubblicana”.

 

Prima ancora si era guadagnato la fama di mastino della famiglia Clinton lavorando nel team del procuratore speciale Ken Starr, e diventando uno degli autori principali del report sul quale si è basata l’apertura dell’impeachment dell’allora presidente. Qualche anno prima aveva anche guidato l’inchiesta sul suicidio del consigliere clintoniano Vince Foster. Kavanaugh è un esemplare tipico della scuola giuridica conservatrice, il suo curriculum è solido almeno quanto il suo giro di alleanze. “Kavanaugh è il prodotto di una comunità”, ha scritto David Brooks sul New York Times, e in un certo senso “quasi non importa che venga confermato o respinto dal Senato”, ché là fuori c’è una schiera di professionisti altrettanto preparati e parimenti orientati.

 

La sua filosofia giuridica, ha spiegato lunedì sera alla Casa Bianca, è “inequivocabile”: “Un giudice deve essere indipendente e deve interpretare la legge, non farla. Un giudice deve interpretare gli statuti così come sono scritti. Un giudice deve interpretare la Costituzione così com’è scritta, informato dalla storia, dalla tradizione e dai precedenti”. La decisione mostra che Trump, alle volte, abbandona i princìpi dell’improvvisazione trumpiana e rientra negli argini della politica convenzionale. Se tutti i dossier, dalla Corea del nord alla guerra commerciale, galleggiano nel mare imprevedibile degli umori, delle intemperanze, dei tweet, delle reazioni fiammeggianti e del disprezzo delle consuetudini del partito, il processo di selezione e di annuncio di Kavanaugh è avvenuto in un inusuale regime di compostezza e trasparenza comunicativa, un po’ come sarebbe potuto avvenire sotto qualunque altra presidenza repubblicana.

 

L’inafferrabile arancione si è così presentato al mondo come difensore della filosofia originalista e custode della continuità con la leadership di Reagan. Come nella nomina di Gorsuch, la gestione del caso è stata affidata a Leonard Leo, direttore della Federalist Society, e stranamente Trump, che pure è titolare unico della scelta, si è scrupolosamente attenuto allo spartito che i suoi hanno scritto per lui. “Nessun presidente si è consultato tanto e ha parlato con così tante persone di background così diversi per cercare consiglio su una nomina alla Corte suprema”, ha detto il giudice, elogiando Trump proprio per le doti che solitamente non mostra di avere. Kavanaugh cementa così il profilo conservatore della Corte senza uscire dai binari della tradizione repubblicana. Si presenta come strenuo difensore del Primo emendamento e dei poteri dell’esecutivo, e dal suo bagaglio di sentenze e decisioni si deduce una impostazione conservatrice largamente assimilabile a quella del presidente della Corte, John Roberts, senza particolare foga battagliera sui temi etici e sociali. Trump ha scelto la meno trumpiana fra le opzioni: lo spostamento graduale della Corte verso destra, non la rivoluzione.

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