Trump modera gli eccessi di Obama sulle pari opportunità a scuola

Mattia Ferraresi

New York. L’Amministrazione Trump ha rovesciato la politica di Obama sull’ammissione degli studenti di minoranze etniche nelle scuole e nelle università pubbliche, invitando gli amministratori scolastici a selezionare gli studenti facendo prevalere il criterio del merito accademico su quello del colore della pelle o della provenienza etnica. Non si tratta di una modifica della legge: in America le agevolazioni per le minoranze, la cosiddetta affirmative action, sono scritte nei codici dai tempi dei diritti civili e la Corte suprema ha riaffermato in diversi contesti la costituzionalità di un provvedimento nato per riequilibrare, nel tempo, il terreno delle possibilità e dei diritti violati con la schiavitù e la segregazione.

 

L’Amministrazione Obama aveva però fatto un passo in più, per dimostrare, se ce ne fosse stato bisogno, la sua spiccata sensibilità razziale, e con una circolare del dipartimento dell’Istruzione aveva tracciato il solco di una politica di ammissione scolastica che valorizzava la diversità razziale anche oltre i termini imposti dal dettato legale. Il criterio della distribuzione etnica doveva competere, se non prevalere, su quello del merito. Il dipartimento di Giustizia e quello dell’Istruzione hanno spiegato, in una dichiarazione congiunta, che la posizione promossa da Obama “parteggia per una politica che va oltre i requisiti della Costituzione” e ricorda che “l’esecutivo non può aggirare il Congresso o i tribunali creando linee guida che vanno oltre la legge e, in alcuni casi, rimangono nei codici per decenni”. Significa, in altre parole, che sulle ammissioni scolastiche il precedente governo ha abusato del suo potere esecutivo per dilatare, i questo caso attraverso una circolare, il dettato di una legge che spetta ai legislatori modificare. Il metodo di moltiplicare le linee guida per modificare di fatto i regolamenti è stato usato in vari ambiti dal precedente governo, dall’Obamacare alla politica per le indagini sugli abusi sessuali nelle università.

    

Il segretario all’Istruzione, Betsy DeVos, ha dichiarato che “la Corte suprema ha stabilito quali politiche dell’affirmative action sono costituzionali, e le sentenze della corte sono la migliore guida per orientarsi in questa complessa questione. Le scuole devono continuare a offrire pari opportunità, ma rispettando la legge”. La decisione arriva nel mezzo di un dibattito infiammato intorno ai contestati limiti dell’affirmative action: il gruppo Students for Fair Admissions, da tempo impegnato nella lotta per smascherare le iniquità nascoste nel meccanismo delle pari opportunità, ha fatto causa ad Harvard sostenendo che la prestigiosa università discrimina gli studenti asiatici, che a fronte di performance accademiche mediamente eccellenti vengono selezionati in proporzione immensamente minore rispetto ai loro pari afroamericani, ispanici e bianchi. Sono proprio linee guida introdotte da Obama, e ora annullate da Trump, che permettono agli atenei di avere ampia discrezionalità nel nome del valore della diversity, ma poiché ora il caso in questione parla di una discriminazione nei confronti di una minoranza, e non invoca il classico argomento del “razzismo rovesciato” verso i bianchi, il tema ha incontrato anche la sensibilità di molti liberal.

    

La questione si interseca anche con la successione di Anthony Kennedy alla Corte suprema. Il giudice in bilico ha spesso difeso la costituzionalità dell’affirmative action e il suo successore, che Trump nomina lunedì, potrebbe vedere le cose in modo diverso. In termini politici si tratta di una vittoria di DeVos, segretario che ha iniziato il suo lavoro sotto il segno delle proteste per la sua presunta incompetenza in materia e che con la riforma delle linee guida colpevoliste sugli abusi sessuali nei campus e con la moderazione degli eccessi sull’affirmative action ha consolidato la sua posizione nel governo dell’instabilità permanente.

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