Due parole sulla cosiddetta “sostituzione etnica”, che non è come la intende Salvini

Daniele Raineri

Si parla molto di “sostituzione etnica”, che è un’espressione scelta per fare impressione perché assomiglia alla terribile “pulizia etnica” e viene usata spesso nelle discussioni a proposito dell’immigrazione. Vediamo se si può parlare dello stesso fenomeno con parole neutrali. Il saldo demografico in Italia è negativo. Nel 2016 sono morte 140 mila persone in più rispetto ai nuovi nati, è come se un comune delle dimensioni di Salerno fosse diventato deserto. Nel 2017 il saldo demografico è peggiorato ancora ed è crollato a meno 180 mila. Sono dati dell’Istat, che dice anche che questa tendenza è destinata ad aumentare nei prossimi decenni. Su lungo termine il deficit diventerà prima di 200 mila e poi di 400 mila italiani – come se ogni anno sparissero gli abitanti di tutto il comune di Firenze. Per invertire il corso delle cose sarebbe necessario che ogni coppia in Italia facesse almeno tre figli, perché due non basterebbero (sarebbero soltanto il rimpiazzo dei loro genitori) e non soltanto saremmo già molto in ritardo anche se cominciassimo oggi, ma è anche poco probabile. Ora, un paese con sempre meno abitanti finisce per diventare più povero gradualmente: ci sono meno lavoratori, meno gente attiva, meno studenti nelle scuole, meno clienti nei negozi, meno gente che paga le tasse. Se anche questo governo riuscisse nel piano di portare a zero il numero degli stranieri che arrivano in Italia per lavorare e di rimandare seicentomila immigrati nei loro paesi, tra qualche anno ci troveremo nella condizione di far fronte al problema che siamo sempre meno. Non sappiamo quando con precisione perché le variabili matematiche sono troppe, potrebbe essere il 2030, tra dodici anni, oppure il 2050, tra trentadue anni, sappiamo che la curva ci porta là.

   

Sarà poco probabile che le popolazioni che stanno già molto bene vogliano venire a lavorare con noi in Italia, quindi verrà in Italia chi ha un incentivo a spostarsi perché vive in paesi che stanno peggio del nostro. Oggi dall’Ecuador, dalla Cina e dalla Siria, domani chissà. Non lo dice un think tank liberal, non lo dice George Soros, non lo dice la Chiesa, lo dicono le statistiche, che non sono buoniste e non sono razziste. Se vogliamo un’Italia popolata più o meno a questo livello, ricordiamoci che ci saranno un po’ meno italiani e quindi un po’ più stranieri e non saranno svedesi. Se questo è lo scenario più probabile, la politica si può occupare di gestire questo passaggio.

   

Ieri il New York Times ha pubblicato un reportage dalla Danimarca che raccontava come il governo di Copenaghen abbia scelto misure molto dure per assimilare i migranti, che nella stragrande maggioranza vengono da paesi musulmani. Secondo le nuove leggi presentate a marzo e ora in via di approvazione, i danesi possono etichettare i residenti di 25 enclave a basso reddito e alta presenza di migranti come “abitanti dei ghetti” e obbligare tutti i loro nuovi nati, a partire dall’anno di età, a passare venticinque ore la settimana con assistenti sociali che si occupano di trasmettere i “valori danesi”. Durante le lezioni si spiegheranno tradizioni come il Natale e la Pasqua e la lingua nazionale. Se le famiglie rifiuteranno di adeguarsi dovranno rinunciare al welfare. Il pacchetto “ghetto” comprende molte misure estreme – per esempio il raddoppio della pena se un crimine è commesso dentro un “ghetto”, o il coprifuoco alle otto di sera per i bambini (difficile da realizzare) – e alcune sono state respinte. Ci sono ovvie polemiche perché il pacchetto crea due classi di cittadini differenti davanti alla legge, gli abitanti dei ghetti sono scontenti, molti danesi invece approvano.

    

Il punto non è essere d’accordo con il sistema Copenaghen oppure esserne inorriditi, il punto è che i numeri dicono che immaginare un’Italia isolata e chiusa agli arrivi dall’esterno per molto tempo non è realistico. C’è da scegliere adesso come procedere, quali modelli guardare, quali evitare, e invece la discussione prende sempre tinte complottistiche.

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