“La Francia non può accogliere tutta la miseria del mondo”. Così parlò Rocard

Giulio Meotti

Roma. “La Francia non può farsi carico di tutta la miseria del mondo”. Di solito sentiamo questa frase attribuita a Michel Rocard in bocca ai politici della destra francese, felici di farsi forti di una parola che da sinistra legittimi il rafforzamento dei controlli alle frontiere e una stretta sull’immigrazione. Ma prima Bernard Kouchner ha ripreso la formula dell’ex primo ministro di François Mitterrand, e adesso anche il presidente Emmanuel Macron la cita spesso.

 

L’origine di questa formula risale a un discorso pronunciato da Rocard il 6 giugno 1989 all’Assemblea nazionale: “Nel mondo ci sono troppe tragedie, povertà, carestie così che l’Europa e la Francia non possono accogliere tutti coloro che la miseria spinge verso di noi”, disse quel giorno Rocard, prima di aggiungere che dobbiamo “resistere a questa spinta costante”.

 

A quel tempo, il clima cominciava a farsi teso sulla questione dell’immigrazione. Il razzismo e i conflitti sociali nelle banlieue minacciavano l’apparente prosperità francese. “Siamo sul filo del rasoio” disse Rocard, mentre nelle strade Sos Racisme convocava le marce a favore degli immigrati mentre a destra l’animo si eccitava al richiamo della France perdue.

 

In una scuola di Creil, tre ragazze musulmane furono escluse dopo che si erano rifiutate di togliersi il velo in ottemperanza alla legge sulla laicità. Il Front National iniziò a flettere i muscoli e anche a sinistra i discorsi sull’immigrazione si indurirono. François Mitterrand disse che la “soglia di tolleranza” dei francesi nei confronti degli stranieri “è stata raggiunta negli anni Settanta”.

 

Un giorno, Michel Rocard, tecnocrate illuminato, social-libertario e antigiacobino del socialismo francese, venne ospitato di Anne Sinclair nello spettacolo su TF1. “Non possiamo accogliere tutta la miseria del mondo, la Francia deve rimanere quello che è, una terra di asilo politico ma non di più”.

 

Poi Rocard invocò “una mobilitazione di mezzi senza precedenti per combattere l’uso improprio della procedura di richiesta di asilo politico”. Lo ripeté anche alcuni giorni dopo, il 7 gennaio 1990, di fronte ai socialisti di origine nordafricana riuniti in occasione per una conferenza sull’immigrazione. “Oggi lo dico chiaramente. La Francia non può essere terra di nuova immigrazione. Il tempo per accogliere i lavoratori stranieri con soluzioni più o meno temporanee è ormai finito”.

 

Era un socialista intransigente, Rocard, che negli ultimi anni rifletté molto anche sul declino delle democrazie occidentali, sul loro fronte interno più esposto, e questo lo avrebbe portato persino a scrivere per Flammarion un libro che oggi sembra uscito dalla penna di un “reazionario”. Il titolo era chiaro: “Suicide de l’occident”. Per questo l’opinione pubblica francese lo ha costantemente percepito come un personaggio non tanto moderno quanto differente, oscillante tra politica e morale protestante e individualistica, tra palazzo e società.

 

E fra i simboli di questo “suicidio”, ma questo Rocard non lo dice, c’è anche l’abbraccio della sinistra con il multiculturalismo islamofilo e l’immigrazione non come fenomeno da gestire, ma come nuova ideologia, come panacea terzomondista dei dannati. Altri tempi, quelli di Rocard, ma che il pragmatico Emmanuel Macron ogni tanto ci ricorda.

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