La solitudine della Merkel è la nostra

Paola Peduzzi

Angela Merkel è scritta su tutte le copertine dei magazine di questa settimana, ha la faccia che si sbriciola sullo Spectator (“Le ceneri di Angela”), le ali appesantite dai Putin, dai Trump, dagli europei sul NewStatesman (“La Germania, sola”, ed Emmanuel Macron, presidente francese, le sta appeso all’orecchio), le colonne greche a pezzi su Politico Europe (“Come la Germania ha spezzato l’Europa”). I media britannici, come si sa, coltivano il loro istinto anti tedesco con una certa brutale passione – i tabloid ieri sulla sconfitta della Germania ai Mondiali erano da collezione, “Schadenfreude”, titolava il Sun, con la spiegazione di quel che vuol dire, per non sbagliarsi – mentre si tormentano con la Brexit e vedono a ogni angolo la cattiveria europea.

 

 

Dagli inglesi insomma te l’aspetti tale acrimonia, anche se non è giustificata: se un accordo sul divorzio del Regno Unito alla fine si troverà, sarà anche grazie ad Angela Merkel, che il dialogo con Londra non l’ha mai interrotto e che sa che la “purezza” europea è un affare astratto, l’Europa è fatta di compromessi, di angoli smussati, di tentativi per andare d’accordo. Ma il sentimento anti tedesco è più forte della ragionevolezza, è pancia e istinto e non importa se pure uno come Alexis Tsipras, premier greco protagonista di scontri epocali con la Germania, ora va incontro, con giacca e cravatta, alla Merkel sulla questione dei migranti, consapevole di quanto sia pericoloso – mortale – uno stravolgimento nazional-sovranista della Germania. Non importa nulla, se non attaccare la madre cattiva dell’Europa, che si fa i suoi interessi rivendendoli come interessi di tutti, che ammaestra il resto del continente per avere alleati servili, che accoglie quando molti vorrebbero cacciare, che deturpa, con il suo liberalismo spinto, l’identità dei paesi europei – lei che guida il più potente partito cristianodemocratico dell’Ue, contraddizione assoluta. E così la Schadenfreude diventa un imperativo, altro che Mondiali: prima cade l’allenatore della squadra tedesca, poi cade la cancelliera, ceneri, ali tarpate, distruzione.

 

Dopo anni in cui la morte della Merkel è stata annunciata a ogni piccolo intoppo, la crisi oggi è grave. Non soltanto per quel che riguarda la tenuta del suo governo: se l’offensiva della Csu e del ministro dell’Interno Horst Seehofer dovesse andare a segno, la cancelliera potrebbe chiedere appoggi ad altri partiti e in questo l’Spd sarebbe ancora una volta dalla sua parte, non avendo i socialdemocratici alcun interesse, dopo aver attraversato mesi di fratture e trattative per stare al governo, ad andare a nuove elezioni. I Verdi si fanno corteggiare, i liberali dicono che la Csu vuole uscire dal mondo dei partiti moderati e non finirà bene, la presidenza della Repubblica invita alla responsabilità. Anche la frattura dell’Unione tra Cdu e Csu, tecnicamente parlando, potrebbe rivelarsi più un danno per i bavaresi che per i cristianodemocratici: erano altri tempi, ma quando negli anni Settanta per qualche mese l’Unione si spezzò – la Csu disse di volersi presentare a livello nazionale e la Cdu in Baviera – furono poi i leader della Csu a cercare una ricomposizione, e pure con una certa umiltà. Le camere separate non sono convenienti, anche perché ad approfittarsene sarebbe comunque l’Afd, il partito xenofobo che fa paura sia alla Cdu sia alla Csu.

 

La frattura dell’Unione quindi non è di per sé letale per la Merkel, ma la crisi è di tutt’altra natura: è il suo modello a essere sotto attacco. Da parte di molti paesi europei, da parte dell’America di Donald Trump, che è il più esplicito di tutti, da parte della Russia di Vladimir Putin, che rincorre la destabilizzazione in qualsiasi forma essa si materializzi. Da parte insomma di chi è antieuropeo e anche antioccidentale, perché al fondo di questo si tratta: di una lotta contro la democrazia occidentale, come è stata costruita, almeno in Europa, nel Dopoguerra.

 

Due professori, Daniel H. Cole e Aurelian Craiutu, hanno pubblicato un minisaggio sulla rivista Aeon in cui raccontano le “molte morti del liberalismo”, dall’inizio del Novecento a oggi. E’ una lettura illuminante, non soltanto perché ci sono elementi attualissimi, ma anche perché evidenzia come il dubbio sul liberalismo, sulla sua riuscita e sulla sua sopravvivenza, sia insito nel liberalismo stesso: il dubbio è libertà, è democrazia, “il liberalismo crea una big tent per le molte differenti concezioni della ‘good life’”. Poi ci sono sistemi che funzionano e sistemi che implodono, ed è in questo punto che ci troviamo, al di là delle crisi locali, delle incomprensioni globali e degli istinti personali. Una Germania che tende al nazionalismo o al sovranismo – perché senza la Merkel e con i Seehofer al comando questo accadrebbe – è una condanna che non riguarda soltanto i liberali sparuti: riguarda principalmente quelli che vogliono sabotare la Merkel, quelli che godono delle sue sventure, quelli che non vedono, tra le rovine, le ali tarpate e le ceneri, il contraccolpo autolesionista, perché il primo effetto della solitudine della Merkel è la solitudine dei suoi sabotatori.

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