Il circo della strumentalizzazione politica della strage al Capital Gazette

Mattia Ferraresi

Ieri pomeriggio cinque persone sono state uccise e diverse sono state gravemente ferite in una sparatoria nella redazione del Capital Gazette, quotidiano di Annapolis, capitale del Maryland. L’attentatore si chiama Jarrod Ramos, ha 38 anni, e nel 2015 ha perso in appello una causa per diffamazione contro il giornale locale per un articolo scritto dal columnist Eric Thomas Hartley nel 2011. Il pezzo ripercorreva una inquietante vicenda di stalking attraverso i social ai danni di una ex compagna delle scuole superiori, la quale nemmeno si ricordava di Ramos quando lui l’ha contattata su Facebook. Da lì sono iniziati i messaggi ossessivi, le richieste pressanti di attenzione, poi le minacce, gli insulti, la persecuzione incessante, l’ira di fronte alle sue richieste di lasciarla in pace, la raccolta di informazioni sul suo conto per danneggiarla, fino a contattare la banca dove lei lavorava e spingere i suoi datori di lavoro a sospenderla, dietro la presentazione di false notizie. La ragazza ha sporto denuncia e il caso è finito in tribunale. 

 

L’articolo di Hartley è stato pubblicato cinque giorni dopo la condanna di Ramos a 90 giorni di prigione, sentenza convertita in 18 mesi ai domiciliari, a patto che lo stalker continuasse la terapia psichiatrica che gli era stata prescritta e non contattasse più la vittima e i suoi famigliari. L’imputato, che si era dichiarato colpevole dei fatti raccontati nell’articolo, ha fatto causa per diffamazione contro il giornalista e il direttore della Gazette, Thomas Marquardt, che lo avevano a suo dire messo in cattiva luce, anche se lui stesso ha ammesso in aula che l’articolo in questione non conteneva affermazioni false. L’appello dell’uomo, che si è difeso da solo in tribunale, è stato respinto, e il giudice ha concluso la seduta in modo perentorio: “Il ricorrente è stato condannato per un atto criminale. Ha commesso un atto criminale. Il ricorrente si è dichiarato colpevole di quell’atto criminale. Per quell’atto criminale è stato punito. Non ha diritto ad avere un trattamento uguale alla sua vittima e non ha il diritto di definirla una ‘ubriacona bipolare’. Il ricorrente non sembra avere imparato la lezione”. La strage è stata la vendetta di un uomo disturbato contro il giornale che ha catalizzato la sua rabbia dopo il contenzioso. 

 

Ramos ha fatto irruzione nella redazione sparando con un fucile a pompa. I sopravvissuti hanno raccontato che l’uomo si è aggirato senza dire nulla e ha scelto in modo apparentemente deliberato le sue vittime, fermandosi anche per ricaricare l’arma. La polizia è intervenuta nel giro di sessanta secondi dall’inizio della sparatoria e lo ha catturato vivo. Non c’è stato uno scambio di fuoco con gli agenti. Le autorità lo hanno trovato nascosto sotto una scrivania nell’edificio, quando ormai aveva abbandonato l’arma, mentre i sopravvissuti si sbracciavano per far capire agli agenti che loro erano le vittime, non i carnefici. La polizia ha trovato anche quello che sulle prime è apparso come un congegno esplosivo, ma che l’amministratore della contea, Steve Schuh, ha poi declassato a rudimentale device incendiario. In uno zaino sono stati trovati fumogeni: Ramos ne ha usati alcuni per fare irruzione nell’edificio. Il capo della polizia della contea, William Krampf, ha detto che si tratta di un “attacco mirato alla Capital Gazette” e dai profili social di Ramos stanno emergendo messaggi ossessivi e minacciosi contro il quotidiano a cui dava la colpa della sua rovina: “Mi piacerebbe vedere la Gazette smettere le pubblicazioni, ma mi piacerebbe ancora di più vedere Hartley e Marquardt smettere di respirare”, ha scritto nel 2015 da un account che porta il nome dell’odiato opinionista e che un giudice aveva ordinato di chiudere. Non aveva postato nulla dal 2016, salvo poi riemergere con un messaggio indirizzato all’account fake di un giudice del Maryland: “Fuck you, leave me alone”. 

 

“Non mi sembra un attacco pianificato particolarmente bene, l’operazione di un dilettante”, ha detto sulle prime Schuh, aggiungendo che “purtroppo anche i dilettanti possono fare molti danni”. Un altro elemento che testimonia che non si trattasse di un attacco accuratamente pianificato è l’arma: nelle stragi americane è ricorrente la presenza di armi semiautomatiche per massimizzare il numero di vittime e spesso gli sparatori si presentano sulla scena con più di un’arma. I fucili sono invece generalmente meno rapidi, imprecisi e richiedono più tempo per ricaricare. Ramos non aveva con sé un documento di identità e si è danneggiato i polpastrelli delle dita per evitare di essere riconosciuto dalle impronte digitali. Si è rifiutato di rispondere alle domande degli agenti che lo hanno interrogato.

 

Il circo della strumentalizzazione politica della strage si è mosso in modo fulmineo e maldestro. In molti hanno immediatamente collegato l’evento al clima di pressione e intimidazione nei confronti dei media generato da Donald Trump. Alcuni hanno agitato l’intervista di qualche giorno fa in cui Milo Yiannopoulos dice: “Non vedo l’ora di vedere ronde di vigilanti che sparano a vista ai giornalisti”, accusando l’imbonitore della alt-right di essere complice indiretto del massacro. Lui ha scritto su Facebook che stava “soltanto trollando”. Quando l’identità dell’attentatore è stata rivelata, la ricerca dell’affiliazione politica del carnefice ha restituito un tweet, sempre del 2015, a commento di un editoriale della Gazette sul candidato allora in ascesa: “Riferirsi a @realDonaldTrump come ‘non qualificato’ potrebbe finire male (ancora)”. Qualcuno ha voluto interpretare l’affermazione come una minaccia, ma nel tweet è linkato un articolo del Wall Street Journal che parla di una causa per diffamazione mossa da Trump a Univision per 500 milioni di dollari. La brutta fine evocata per la Gazette sembra avere a che fare più con la prospettiva di una denuncia che con una strage. 

 

Dall’altra parte dello spettro politico si è cercato invece di collegare la violenza al clima di tensione che ha trovato nella deputata democratica Maxine Waters il suo simbolo. Waters ha invitato ad aggredire verbalmente e boicottare i funzionari di Trump ovunque li si incontri e Sean Hannity, anchorman di Fox News e ufficioso megafono della Casa Bianca, non ha perso l’occasione per addossare alla sinistra più agguerrita le responsabilità. Quando è emersa la vicenda pregressa dello stragista, che ha smentito il movente politico, si è fatta largo la lettura del caso attraverso la lente del #MeToo: “Dietro questi attentatori c’è sempre una storia di misoginia. Sempre”, ha twittato la femminista Jessica Valenti.

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