Sul "travel ban" la Corte Suprema regala una gran vittoria a Trump

Mattia Ferraresi

New York. La Corte suprema degli Stati Uniti ha dichiarato che il contestato “travel ban” imposto dall’Amministrazione rispetta la legge e il dettato costituzionale, decisione che rovescia diverse sentenze emesse a livello federale e manda in sollucchero Donald Trump, che ha tempestivamente twittato la sua gioia tutta in maiuscolo.

  

  

I giudici hanno votato per la conferma dell’ordine presidenziale con una maggioranza di 5 a 4, seguendo la divisione fra conservatori e liberal. L’opinione della maggioranza, scritta dal capo dei giudici, John Roberts, dice che la legge dà al presidente il potere di “sospendere l’ingresso di stranieri negli Stati Uniti” e la Casa Bianca ha “esercitato tale autorità basandosi sui dati, in seguito a una indagine globale, affidata a diverse agenzie, secondo cui l’ingresso di certi stranieri sarebbe stato dannoso per l’interesse nazionale”. Il governo americano ha emesso in tutto tre ordini di restrizione dell’immigrazione, giustificati da motivazioni legate alla sicurezza; l’ultima proclamazione presidenziale, del settembre dello scorso anno, restringeva l’accesso negli Stati Uniti per i cittadini di Iran, Libia, Siria, Yemen, Somalia, Chad, Venezuela e Corea del nord (il Chad è stato poi tolto dalla lista), provvedimento contestato da un tribunale delle Hawaii e dalla Corte d’appello federale.

 

La sentenza delle Hawaii diceva che il “travel ban” era illegale perché discriminava i musulmani – non si sollevavano infatti obiezioni per la parte del decreto riservata a Corea del nord e Venezuela – mentre i tre giudici di San Francisco contestavano l’abuso del potere presidenziale in tema di flussi migratori. La sentenza dice che il testo del decreto “non dice nulla sulla religione” e che si limita a perseguire i suoi “scopi legittimi”, cioè “impedire l’ingresso di stranieri che non possono essere controllati adeguatamente e indurre altri paesi a migliorare le loro misure di controllo”. Insomma, la chiusura delle frontiere verso certi paesi che ha suscitato scandali nelle piazze e nei palazzi di giustizia non è il frutto marcio di pregiudizi religiosi né l’esito di un’autoritaria estensione del potere presidenziale. 

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