La guerra dei ristoranti contro Trump e le regole della resistenza

Mattia Ferraresi

New York. Com’era prevedibile, Donald Trump non ha preso bene l’incidente occorso alla portavoce, Sarah Huckabee Sanders, mentre cenava con la sua famiglia in un ristorante della Virginia rurale, il Red Hen. Il personale ha allertato la proprietaria, Stephanie Wilkinson, della presenza di Sanders, e dopo una breve consultazione ha deciso di chiederle di andarsene. Sanders e i suoi ospiti si sono alzati da tavola senza fare una piega e sono andati altrove, mentre il Red Hen si trasformava nel provvisorio epicentro della turbolenza politica permanente. Wilkinson ha spiegato ai cronisti che in nome della decenza e degli affari ha sempre servito clienti con i quali non era d’accordo politicamente, “ma questo è il momento in cui le persone sono chiamate a prendere decisioni scomode per difendere la loro morale”. La morale di Wilkinson dice che una complice di Trump, il presidente per cui la separazione delle famiglie al confine è solo l’ultimo degli oltraggi, non deve essere servito. Sanders ha scritto che la condotta della proprietaria “dice molto più di lei di quanto dica di me. Faccio sempre del mio meglio per trattare con rispetto le persone, anche quelle con cui non sono d’accordo, e continuerò a farlo”, ma ieri mattina il presidente ha preso la testa della battaglia da par suo: “Il ristorante Red Hen dovrebbe occuparsi più della veranda, delle porte e finestre (che hanno disperatamente bisogno di una verniciata) invece di rifiutarsi di servire una persona ottima come Sarah Huckabee Sanders. Ho sempre avuto una regola: se un ristorante è sporco di fuori, è sporco anche dentro!”, ha twittato.

  

La cacciata dal ristorante del funzionario dell’amministrazione è ormai un tema politico a sé. La segretaria per la sicurezza nazionale, Kirstjen Miller, è stata costretta dalle proteste di avventori e camerieri ad andarsene da un ristorante messicano in cui aveva malauguratamente deciso di andare nei giorni più caldi del dibattito intorno alle vicende sul confine; Stephen Miller, il consigliere che è al centro di quelle vicende, essendo l’architetto della linea più intransigente, è stato accolto dall’urlo “fascista!” in un altro ristorante messicano della capitale. La guerra dei ristoranti non è che una sfumatura di un più ampio dibattito sulla liceità di boicottare, rifiutare, respingere, costringere alla fuga pubblici ufficiali mentre si occupano delle loro private faccende. Nel fine settimana la deputata californiana Maxine Waters ha teorizzato, in un fiammeggiante comizio, l’aggressione verbale, lo svergognamento e il “push back” fisico – qualunque cosa implichi – come legittima e anzi doverosa tattica della resistenza all’inciviltà trumpiana. Gli attivisti che fanno il picchetto fuori dalle case dei membri del governo cantando “no peace, no sleep”, non sono sufficienti: “Se vedete qualcuno dell’Amministrazione in un ristorante, in un negozio, a un benzinaio, uscite allo scoperto, create un capannello e reagite, dicendo loro che non sono graditi lì né da nessun altra parte”. Le interruzioni di spettacoli e le proteste di comuni cittadini alla vista degli odiati politici sono occorrenze comuni, ma il caso Red Hen e la chiamata all’aggressione di Waters vorrebbero portarle al livello della strategia permanente. Trump ha tuonato ieri minaccioso contro Waters, una “persona con un quoziente intellettivo molto basso” che “ha invitato a fare del male ai supporter del movimento Make America Great Again”, ma dovrebbe “stare attenta a ciò che desidera”. Qualcuno, confondendo i piani, ha accostato il rifiuto del ristorante alla decisione della Corte suprema di non esprimersi sul caso di un fiorista che si è rifiutato di prestare i suoi servizi commerciai a sposini dello stesso sesso, scelta che va nella stessa direzione della sentenza sul pasticcere del Colorado. Nel caso di Sanders la libertà religiosa non c’entra nulla, anche se nel suo discorso Waters ha detto che l’aggressione dei trumpiani è legittima perché “Dio è dalla nostra parte”.

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