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Erdogan e la vittoria a ogni costo

Il presidente turco ha preparato molti tranelli per assicurarsi il voto. Ma l’opposizione potrebbe sorprendere

Eugenio Cau

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cau@ilfoglio.it

24 Giugno 2018 alle 06:28

Erdogan e la vittoria a ogni costo

Recep Tayyip Erdogan (foto LaPresse)

Roma. Recep Tayyip Erdogan, presidente della Turchia, vincerà le elezioni di domenica anche nel caso di una sconfitta. C’è molto in gioco in questa tornata elettorale, indetta da Erdogan con un anno di anticipo per capitalizzare sulla riforma costituzionale varata nel 2017. Per il presidente e i suoi seguaci, la vittoria domenica sarebbe il culmine di un progetto di dominio fondato nel corso di un quindicennio in cui il riformatore islamico si è trasformato in un sultano. Per la metà della popolazione laica, urbana e contraria a Erdogan, le elezioni sono l’ultimo argine per contrastare l’emergere del suo potere autoritario.

 

In caso di vittoria, al presidente Erdogan spetterebbero pieni poteri esecutivi, e con l’eliminazione della figura del primo ministro sarà lui a nominare tutti i membri del governo, le più importanti cariche dello stato, governare tramite decreti esecutivi e perfino scrivere il budget dello stato. Per assicurarsi che tutto vada a buon fine, Erdogan ha preparato le elezioni con attenzione – e ha pronte misure post elettorali nel caso in cui qualcosa andasse storto. L’anno scorso ha rimosso l’obbligo che le schede elettorali avessero il timbro ufficiale per essere considerate valide (mossa che favorisce grandemente le irregolarità e che fu applicata mentre era in corso il conteggio dei voti del referendum costituzionale: secondo gli osservatori il risultato ne fu influenzato), ha fatto in modo che gli scrutatori ai seggi fossero burocrati che devono il loro posto al governo, e ha ridisegnato la mappa elettorale in modo da rendere il voto difficile nelle zone dove l’opposizione è forte, per esempio quelle a maggioranza curda. 

 

Dopo quindici anni al potere – e ancor più dopo le purghe che hanno fatto seguito al colpo di stato fallito del 2016 e che hanno provocato la detenzione di migliaia di funzionari statali, membri dell’esercito, professori universitari, oltre che il leader del partito curdo Selahattin Demirtas – i contrappesi tradizionali al potere di Erdogan come l’esercito e la magistratura sono stati resi mansueti anche grazie al perdurare dello stato di emergenza. Lo stesso vale per i media. La maggior parte dei giornali e delle tv sono ormai lo specchio delle volontà del governo. Lo scorso maggio, la tv di stato ha dedicato 68 ore di copertura a Erdogan, ai suoi alleati e alle sue promesse iperboliche – tra cui spicca un nuovo e faraonico canale sul Bosforo –, contro appena 13 minuti concessi a Meral Aksener, una dei leader dell’opposizione.

 

E’ un sistema di democrazia senza libertà già sperimentato con successo da Vladimir Putin in Russia e da Abdel Fattah al Sisi in Egitto. Eppure i sondaggi non prevedono per Erdogan una vittoria con percentuali putiniane. Alle presidenziali, il sultano rischia di non ottenere il 50 per cento dei consensi necessario per una vittoria al primo turno. I sondaggi dicono che al secondo turno vincerebbe agilmente, ma se Muharrem Ince (Chp, kemalista) oppure Meral Aksener (Iyi, nazionalista) riuscissero a forzare un testa a testa, chissà cosa potrebbe succedere. Alle parlamentari, a turno unico, le cose sono ancora più interessanti: la coalizione di Erdogan rischia di perdere la maggioranza, specie se l’Hdp, partito curdo di Demirtas, dovesse superare la soglia di sbarramento altissima del 10 per cento (un’altra delle misure che Erdogan ha posto a salvaguardia del suo potere). Poiché si tratta delle prime elezioni con la nuova Costituzione, è difficile dire quanto un Parlamento ostile sarebbe davvero un argine al sultano. Erdogan potrebbe formare un governo senza bisogno della fiducia, avrebbe estesi poteri di veto per bloccare le iniziative dei legislatori e potrebbe governare per decreto. L’opposizione, tuttavia, è convinta che avrebbe abbastanza margine di manovra per impedire la deriva autoritaria. Una situazione simile si verificò nel 2015: Erdogan perse la maggioranza nel Parlamento di Ankara, ma nel giro di qualche mese prima boicottò i negoziati per un governo di coalizione, poi cominciò una guerra durissima contro i curdi a sud-est del paese per galvanizzare i nazionalisti, poi indisse nuove elezioni: le vinse con gran maggioranza. Alcuni esponenti dell’Akp, il partito di Erdogan, hanno fatto capire che potrebbe succedere la stessa cosa se domenica non dovesse arrivare la vittoria sperata.

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