Visioni contrapposte

Le elezioni in Turchia sono lo scontro tra due piani per immigrati e Siria

Daniele Raineri

Roma. Domenica in Turchia ci sono doppie elezioni per decidere il nuovo presidente e per formare un nuovo Parlamento e anche lì l’immigrazione straniera è uno dei temi in assoluto più discussi dai politici – con la differenza che i turchi in questi anni hanno sistemato tre milioni e mezzo di profughi siriani e quindi la discussione è molto più urgente che da noi (per ora l’Italia ha sistemato nei centri d’accoglienza meno di duecentomila migranti). La spaccatura sul tema immigrazione è anche la spaccatura fra due visioni del mondo, fra due concezioni diverse della Turchia, della guerra in Siria, di tutta la regione e del corso futuro delle cose. Da una parte ci sono Muharrem Ince, capo del partito repubblicano kemalista (Chp) quindi di tendenza laica, e Meral Aksener, capo del partito ultranazionalista (Iyi), che si vorrebbero liberare dei profughi siriani il prima possibile e sanno di avere la maggioranza dei turchi dalla loro parte – su questo tema. I casi di violenza fra turchi e siriani nel paese sono triplicati nella seconda metà del 2017, secondo un rapporto dell’International Crisis Group uscito a gennaio. Il 13 giugno Ince ha detto durante un comizio che lui entro dieci giorni dal voto aprirebbe di nuovo l’ambasciata turca a Damasco e parlerebbe di nuovo con il presidente siriano Bashar el Assad. Appena la situazione politica lo permettesse, ha detto, “rimanderei indietro tutti i siriani nel loro paese, sarebbe una grande festa fra squilli di tromba e rulli di tamburi”. E’ anche grazie a questa idea che l’opposizione turca, ridotta all’irrilevanza, è tornata ad avere qualche chance di successo. 

 

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Il presidente Recep Tayyip Erdogan invece ha una visione molto diversa. Vuole creare una Siria non assadista e fuori dal controllo di Assad dove riversare e sistemare progressivamente tutti i profughi siriani. In pratica un protettorato turco, dove già adesso ci sono basi militari turche, uffici postali gestiti dai turchi e quattro filiali di università turche aperte agli studenti locali. Questo protettorato prenderebbe il posto – o perlomeno spezzerebbe la continuità territoriale – della grande fascia abitata dai curdi al confine fra Turchia e Siria. Insomma, una manovra di ingegneria geopolitica per uscire da questi anni di atrocità con una situazione vantaggiosa per la Turchia. Erdogan era amico di Assad prima della guerra civile, ma oggi i due si detestano e sebbene entrambi trattino molto con la Russia si considerano nemici. Erdogan non ha ancora abbastanza territorio per realizzare questo progetto, ma ci sta lavorando, si allarga sempre di più e rosicchia spazio verso est. Da poco le pattuglie dell’esercito turco sono arrivate a Manbij, una città del nord della Siria in mano alle milizie curde e ai loro sponsor americani. Nei mesi scorsi gli americani avevano sfidato i turchi con dichiarazioni molto dure sul fatto che Ankara non doveva azzardarsi a raggiungere la città, adesso invece devono avere trovato un compromesso.

 

I kemalisti hanno argomenti retorici buoni dalla loro parte. Dicono che settantamila profughi siriani hanno beneficiato di un permesso temporaneo concesso dal governo turco e sono tornati in Siria qualche giorno per festeggiare la fine del Ramadan e quindi questo dimostra che non sono in pericolo. Dicono che è stato doloroso vedere i soldati turchi combattere e morire per strappare la città di al Bab allo Stato islamico mentre i ragazzotti siriani camminano come bulli per le strade delle città turche. E che ci sono sei milioni e mezzo di disoccupati turchi, quindi è meglio se i siriani tornano a casa loro. Però non hanno un’idea chiara di cosa succederebbe se tentassero di far tornare i profughi siriani da dove sono venuti. Molti siriani sono scappati perché vogliono evitare il regime di Assad – per esempio i tantissimi che si sono sottratti al servizio di leva obbligatorio, oppure quelli che non possono tornare perché le loro case sono state riassegnate e occupate da lealisti. Potrebbe nascere una seconda ondata di siriani verso l’Europa, come nel 2014 e 2015.

 

Erdogan su questo non cede, anzi addirittura ha disposto la naturalizzazione di molti siriani, a cominciare da quelli che combattono nei gruppi alleati dei soldati turchi impegnati in Siria. In pratica sta favorendo la nascita di una zona di confine che non è ancora turca ma non è più del tutto siriana. Se vincesse domenica, in teoria potrebbe espandere ancora di più i suoi poteri e restare in carica fino al 2028. Se ha una visione in testa, avrebbe tutto il tempo di realizzarla.

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